Il professor Mattarella fa riscrivere il programma a Lega e Cinque stelle

Il professor Mattarella fa riscrivere il programma a Lega e Cinque stelle
17 Maggio Mag 2018 10 giorni fa

«Non accetterò altre bozze, presentate il testo definitivo». Al Colle cresce la preoccupazione

E questa roba cos'è? «La bozza, presidente». Ah, bene, grazie, mettetela là. E là da tre giorni è rimasta, appoggiata su un tavolino dello studio presidenziale. O forse qualcuno l'ha presa e l'ha riposta nel cassetto di un consigliere. Se Mattarella non l'ha buttata subito nella spazzatura è solo per una forma di buona creanza. Lunedì sera infatti le delegazioni di Lega e M5s non volevano presentarsi a mani vuote, così, in mancanza di meglio, hanno portato al Quirinale la prima stesura del contratto «nello stato in cui si trovava in quel momento», cioè con il comitato di conciliazione, la richiesta di 250 miliardi di sconto alla Bce e l'uscita dall'euro. Il capo dello Stato non ha dovuto nemmeno sforzarsi di contrastarla: semplicemente, non l'ha letta. «È chiaro - spiegano - che il presidente non guarda bozze ma testi definitivi, frutto della responsabilità dei partiti che concludono accordi di governo».

Insomma ragazzi, siate bravi, tornate a casa e ricominciate da capo. Fatemi una telefonata, ha detto Mattarella, soltanto «quando sarete pronti», ossia quando ci sarà un documento finale, ufficiale, sulle cose da fare e non una brutta copia. Magari datemi notizie entro lunedì, come avete promesso, perché adesso pure il tempo comincia a scarseggiare: dal programma di cambiamento al cambio del programma. Ma non basta, ha aggiunto, quando chiamate portatemi anche il nome di un premier, un personaggio credibile per Palazzo Chigi che sia frutto della «sintesi politica» dei due partiti. Infatti - questo è il senso della piccola ripetizione istituzionale che il capo dello Stato ha tenuto ai sui allievi un po' somari - per fare nascere un governo occorre presentare tutto il pacchetto insieme, sia il «contratto» che il candidato, e che la procedura segua un ordine preciso: l'indicazione al Colle di un nome o di una rosa contestualmente al programma, la scelta del presidente e l'incarico, l'accettazione con riserva, il ritorno al Quirinale per la consegna della lista con i ministri da concordare, il giuramento, il voto di fiducia alle Camere.

E non si tratta di bizantinismi protocollari, ma di sostanza. Come può esistere un elenco condiviso di impegni senza la persona che incarni l'intesa politica? E deve essere un profilo alto, robusto. È l'uomo che entrerà nella stanza dei bottoni e avrà il potere esecutivo, non può certo fare la marionetta in mano ai due leader, come Pinocchio stretto tra i due carabinieri col pennacchio.

Ma i nomi che circolano sono di serie B. Da qui nascono i tanti dubbi presidenziali sulla consistenza dell'operazione Jamaica. Il premier è ancora un ologramma senza volto e chissà se uscirà fuori. La bozza poi, sarà pure stata cambiata, quella consegnata sarà pure «la preistoria», però i venti internazionali, con lo spread che risale e Bruxelles che ci ricorda gli impegni europei, non stanno creando un clima favorevole all'esperimento giallo-verde, tanto più ora che sembra perdere la benevolenza di Silvio Berlusconi e quindi del Ppe. Mattarella è «preoccupato» per la tenuta del Paese e dei conti pubblici e, più passa i giorni, più aumentano i suoi timori.

Poi c'è il fattore tempo. Dopo tanti supplementari e recuperi la partita è alla stretta finale ma nessuno vede la porta. Se la settimana prossima Lega e grillini non quaglieranno, il presidente, che qualcuno accusa di troppo immobilismo, dovrà mettere in piedi un governo elettorale per votare in autunno e intanto rappresentare l'Italia al vertice Ue. Il traghettatore non sarà Paolo Gentiloni, scaduto una legislatura fa.

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