Ma a tenere a galla la barca ci pensano famiglia e amici

Ma a tenere a galla la barca ci pensano famiglia e amici
17 Maggio Mag 2018 10 giorni fa

di Andrea Cuomo

A esser vecchi in Italia si fa peccato ma ci si azzecca sempre. Perché questo è un Paese in cui si trascorre la giovinezza e l'età adulta al solo scopo di raggiungere finalmente la terza età, talora anche la quarta e la quinta, e godersela finalmente. E il bello è questo percorso netto ci fa arrivare all'ultimo miglio numerosi e arzilli, beati noi. Senza nessuna fretta di sgomberare il campo. E perché, poi, visto che abbiamo appena iniziato a divertirci?

E i giovani, quelli che sarebbero il nostro futuro, il sol dell'avvenire perennemente oscurato dalle nuvole? Non hanno fretta di arrivare all'appuntamento con il mercato del lavoro, quindi studiano «con juìcio». Poi, quando è il momento fatidico, restano dietro le quinte a disperarsi (talora nemmeno tanto), a cercare un'intercapedine in cui infilarsi, a sperare nella benevolenza dei nonni che mollino il colpo o almeno una banconota da cinquanta ogni tanto. Oppure timbrano il passaporto e se ne vanno, «expat» con la nostalgia del ragù di mammà e del calcetto del giovedì. Soppiantati da nuovi italiani di nome Ahmed o Peng, che riempiono le culle da noi incautamente svuotate.

Siamo questa roba qui, ci dice il Romanzo Contabile dell'Istat, l'ente che da sempre si occupa di fare quella cosa tanto irrisa da Trilussa, per cui se tu hai un pollo e io non ho niente abbiamo mezzo pollo per uno, e vallo a dire al mio stomaco che brontola. Gira voce peraltro che il pollo non ci sia più da tempo, con buona pace dei pennuti e degli statistici.

L'Istat ha la forza della banalità. Ci dice che il Nord è più avanzato del Sud, che se lo dice il sottoscritto è un qualunquista da bar e se lo dice lui è tavola della legge. Ci dice che le donne fanno fatica a trovare la parità per colpa di noi maschietti. Ci irrita ammetterlo ma è un fatto. Una cifra.

Poi, a mescolare e ridistribuire le carte, come sempre ci pensa quel grande ammortizzatore sociale che è la rete. Intesa non come internet, sia chiaro, che serve a guardare Youporn e a giocare a Candy Crush, ma come famiglia, amicizia, conoscenza. Se il mondo infame non ti valorizza, ci sarà sempre uno zio, un cugino, un amico di famiglia a darti una mano, a mettere una buona parola, a redistribuire lavoretti e spiccioli. Per la gran parte dei disoccupati o inoccupati o sottoccupati le speranze di una promozione sociale passano attraverso le conoscenze. Meglio un suocero di un curriculum vitae. Una versione aggiornata del familismo amorale, controversa teoria affinata negli anni Cinquanta dal sociologo Edward C. Banfield, che soggiornò a lungo in un paesino lucano e ne trasse il convincimento che in alcune società in difficoltà massimizzare l'utilità della comunità ristretta a scapito di quella più ampia rappresenta la scorciatoia per la felicità, anche se non proprio un investimento a lungo termine. Chiamiamolo familismo post-morale. È la cara vecchia Italia, bellezza.

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