Pare surreale, ma questi artisti erano tutti figli di papà...

Pare surreale, ma questi artisti erano tutti figli di papà...
17 Maggio Mag 2018 9 giorni fa

Il celebre etologo Desmond Morris conobbe bene i surrealisti e ora ne scrive la storia: ricchi borghesi, altro che bohémien

«Un gruppo di figli di papà», così Giorgio De Chirico definiva i surrealisti ed è una fotografia perfetta perché lui se ne intendeva parecchio: del gruppo surrealista aveva fatto parte ufficialmente, prima di cambiare stile e mettersi a litigare, ed era figlio sia di papà (barone palermitano, imprenditore di successo) che di mammà (baronessa genovese). Desmond Morris con Le vite dei surrealisti (Johan&Levi, pagg. 272, euro 30) conferma nei più maliziosi dettagli quell'antica accusa. Che non sia uno storico dell'arte è solo un bene: le storie del surrealismo non mancano, non c'era bisogno di scriverne un'altra. È invece un etologo, autore de La scimmia nuda, libro talmente famoso da essere precipitato nel testo di una canzone vincitrice del Sanremo 2017: parlo, ovviamente ma non troppo (chi si ricorda più il Sanremo dell'altro anno?) di Occidentali's Karma cantata da Francesco Gabbani. Il novantenne Morris nella sua remota gioventù ha pure dipinto dei quadri, non molto originali (un misto di Dalì e Tanguy) ma sufficienti per partecipare al tardo surrealismo inglese ed esporre a fianco di Joan Mirò nel 1950. Queste Vite risultano dunque molto ben informate, a differenza di quelle del predecessore Giorgio Vasari che basandosi su testimonianze di seconda, terza e quarta mano pullulano di svarioni: si parla giustamente male di Wikipedia ma se il grande storico dell'arte italiano l'avesse avuta a disposizione si sarebbe risparmiato un Antonello da Messina allievo diretto di Jan Van Eyck (morto nelle Fiandre quando Antonello era bambino in Sicilia) e non avrebbe fatto uccidere Domenico Veneziano da Andrea del Castagno (morto quattro anni prima di colui che avrebbe assassinato)...

Le tanto più precise Vite morrisiane hanno un'impostazione etologica, un gruppo di artisti osservato come si osserverebbe un gruppo di primati, e però non tralasciano il lato economico della faccenda e così si scopre che l'estrazione sociale dei surrealisti era borghese, spesso alto-borghese. Rivoluzionari da galleria d'arte e da salotto.

Andiamo con ordine. Eileen Agar era figlia di un imprenditore (ramo mulini a vento), la madre era la regina dell'alta società londinese e la faceva accompagnare alla scuola d'arte dall'autista, in Rolls. Jean Arp era figlio di un industriale (ramo tabacco). Victor Brauner era figlio di un industriale (ramo legno). Leonora Carrington era figlia di un industriale (ramo tessile). Wolfgang Paalen era figlio di un industriale (ramo brevetti), talmente ricco da vivere in un castello circondato da quadri di Goya e di Tiziano. Altro che bohème, sembra di parlare dei giovani di Confindustria. Posso proseguire: Leonor Fini era figlia di un ricco uomo d'affari, Sebastian Matta di un latifondista, Roland Penrose era un erede di banchieri... Due pesi massimi del movimento, Dalì e Duchamp, erano figli di notai. Il padre del genio catalano sgancia i soldi per vivere a Parigi e per produrre Un chien andalou (1929), il primo e più grande film surrealista. Il padre del genio francese consente al figlio di bighellonare a Montmartre fra bigliardi e cabaret e quando muore lascia un'eredità utile per continuare la battaglia contro la cosiddetta «arte retinica», considerata sorpassata e tuttavia l'unica apprezzata dai collezionisti del tempo. A forza di provocazioni invendibili anche quei soldi finiscono ma niente paura, l'artefice dell'Orinatoio sposa una donna poco avvenente e molto abbiente, figlia di un industriale dell'automobile: tutti, innanzitutto il suocero, annusano il matrimonio d'interesse. Si potrebbe dire che dietro i capolavori surrealisti o c'è un'eredità o c'è un'ereditiera. Ovvio che le vite dei surrealisti si intreccino continuamente con quella di Peggy Guggenheim, sacerdotessa dell'incontro novecentesco fra arte, lussuria e oro. «Peggy, che aveva scommesso con sua sorella Hazel su chi per prima fosse riuscita ad andare a letto con mille uomini, decise di aggiungere Tanguy al proprio elenco»: il libro di Morris abbonda di episodi simili e anche di più prosaici. Peggy compra un quadro a Magritte momentaneamente a corto di quattrini, Peggy organizza le mostre di Paalen a Londra e a New York, Peggy finanzia l'esilio di Breton in fuga dai nazisti, Peggy sposa Ernst per fargli avere la residenza americana... Cosa sarebbe stato di tanti esploratori dell'inconscio senza le miniere d'argento e di rame della famiglia Guggenheim? Gli esponenti del movimento nato nel 1924 come atto di ribellione estetico-morale disprezzavano le convenzioni ma non il contante (Salvador Dalì venne felicemente anagrammato in «Avida dollars»). E se qualcuno (non certo il monarchico Dalì) nella fase iniziale fu anche comunista nessuno fu mai pauperista: sognatori davanti al cavalletto, e per il resto concreti borghesi incravattati.

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