"Regole, amici, violenza: il mondo degli hooligan"

Regole, amici, violenza: il mondo degli hooligan
30 Maggio Mag 2018 30 maggio 2018

Lo scrittore tedesco racconta i tifosi che si scontrano in segreto: "Non solo poveri e di estrema destra"

Differenza fra hooligan e ultras: «Gli ultras sono tifosi organizzati che si trovano allo stadio, fanno le coreografie, i canti, e si occupano dell'atmosfera negli stadi. Essere un hooligan significa incontrarsi con altre persone con la stessa mentalità per combattere uno contro l'altro in uno scontro fisico sotto, diciamo, la bandiera di una certa squadra di calcio, o a volte di una città in generale». Philipp Winkler, nato nel 1986 nei sobborghi di Hannover, racconta questo mondo in Hool, il suo romanzo d'esordio, che in Germania è stato finalista al Deutscher Buchpreis e ha vinto il Zdf-aspekte-Literaturpreis nel 2016. Il protagonista di Hool (66thand2nd, pagg. 286, euro 18) è Heiko, giovane hooligan dell'Hannover 96, un po' galoppino dello zio Axel (capo della «squadra») e un po' in cerca di autonomia. Il padre entra e esce da una clinica per alcolizzati, mentre il suo padrone di casa si occupa di combattimenti clandestini fra animali (cani, avvoltoi, tigri...). La sua unica certezza sono gli amici di sempre: Kai, Ulf e Jojo. Spiega Winkler, da Lipsia, dove vive, che il progetto è nato quando frequentava Scrittura creativa all'università: «I racconti sono belli, ma mi sentivo fiducioso - e anche abbastanza arrogante - per poter iniziare a lavorare su un romanzo. Per quanto riguarda il tema, un amico scrittore mi diede un consiglio».

Quale?

«Mi disse: pensa se la tua idea continuerà a entusiasmarti per quattro, cinque, sei, forse perfino otto o dieci anni».

Per questo ha deciso di parlare di hooligan?

«Sì. E anche perché avevo sempre desiderato leggere qualcosa di letterario e di narrativo sul mondo degli hooligan ma, almeno in Germania, non avevo trovato niente».

Come ha conosciuto questa realtà?

«Da tifoso di calcio di lunga data, a un certo punto ho iniziato a essere interessato non più solo alla mia squadra, alla Bundesliga, bensì al contesto generale del calcio, la cultura del tifo... E, siccome sono da sempre attratto dagli aspetti più marginali e periferici della cultura e della società, mi sono anche interessato al mondo degli hooligan. Poi avevo alcuni amici di gioventù attivi nell'Hannover, e anche da lì ho preso qualcosa».

Ha fatto molte ricerche?

«Per cinque mesi. Interviste, soprattutto: poliziotti in servizio da anni e specializzati con i tifosi, rappresentanti dei tifosi e anche un ex hooligan, che si dice sia stato il più noto nell'Hannover degli anni '80 e 90».

Quanto ha impiegato a scrivere?

«Circa quattro anni».

Come è riuscito a rendere lo stile hooligan nel linguaggio?

«Non è tanto uno stile hooligan, perché non ne esiste uno: più che altro è un amalgama di slang, come quelli delle arti marziali, della boxe, o della cultura dei tifosi di calcio. La lingua specifica del libro nasce più da aspetti come la provenienza regionale, o gli slang delle diverse classi sociali».

Perché il linguaggio a volte è così brutale?

«Questo è dovuto alla natura del narratore, Heiko, del suo ambiente e di chi lo circonda così come della classe sociale da cui proviene».

Quello di Heiko sembra un mondo di emarginati, ma anche di grandi amicizie.

«Heiko viene da una famiglia abbastanza disfunzionale. Gli sono toccate varie forme di perdita e di frustrazione: per lui, l'unica forma di affidabilità è sempre stata quasi solo l'amicizia e la fedeltà verso e dai suoi amici; e questo è ciò che lo spinge andare avanti, ovviamente insieme al suo bisogno, come tutti, di desiderio e di una casa emotiva».

Perché Heiko è così ossessionato dalla squadra, dalle «partite» e dalle spedizioni punitive?

«Essere hooligan è l'unica parte della sua vita in cui abbia mai sentito davvero un senso di riconoscimento, di conferma o di successo».

Gli hooligan hanno delle regole, in un certo senso. Quali?

«È abbastanza semplice, anche se può cambiare da Paese a Paese. In Italia, in Grecia e nei Balcani non c'è nemmeno una distinzione così chiara fra hooligan e ultras. Comunque in Germania il principio, rigido, è di non usare armi di alcun genere; così come di non continuare ad attaccare chi sia finito a terra, anche se questa regola è più blanda. E poi, prima di queste partite ci si accorda su dove incontrarsi per combattere e quanti uomini portare».

E la polizia che cosa fa?

«La polizia cerca di intervenire; ma, visto che si sono spostati lontano dagli stadi, per via delle misure di sicurezza, gli hooligan hanno iniziato a incontrarsi in luoghi remoti, o segreti. Di solito le uniche persone che possono imbattersi in questi scontri sono agricoltori o forestali».

Alcuni tratti dei protagonisti sono tipici: la frequentazione delle palestre, il consumo di droghe, la disgregazione familiare.

«Queste caratteristiche sono solo una parte delle origini e della realtà degli hooligan: ci sono anche quelli di classe sociale elevata, con buoni lavori, come avvocati, banchieri, impiegati d'ufficio».

È meno scontato il fatto che Heiko e i suoi amici non sopportino l'estrema destra?

«Questo odio è dovuto in parte al fatto che non volessi infilarmi nella testa di un razzista, o di un estremista di destra; e poi volevo dare al romanzo una svolta inaspettata. Perché certo, sfortunatamente ci sono molte persone di estrema destra nella scena hooligan in Germania. Ma questo non significa che tutti siano così».

Ha raccontato un mondo underground, o solo un aspetto del mondo «normale»?

«Entrambi. Per via di una certa segretezza, ovviamente quello degli hooligan è un mondo underground. Però queste sono persone normali: persone con un lavoro, con una vita, una famiglia, con emozioni, bisogni, ansie e desideri. Perciò è anche una parte del mondo normale e della realtà della vita».

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