L'Italia vista con gli obiettivi di Magnum: dal secondo dopoguerra a Papa Wojtyla

L'Italia vista con gli obiettivi di Magnum: dal secondo dopoguerra a Papa Wojtyla
1 Giugno Giu 2018 19 giorni fa

Paolo Pellegrin: "Mai come ora ci sono così tanti sbocchi per la fotografia"

L'anno scorso Magnum Photos ha compiuto 70 anni. Era la primavera del 1947 quando alcuni monumenti della fotografia si ritrovarono a New York per battezzare l'agenzia che fece la storia del fotogiornalismo. Una fondazione raccontata milioni di volte, nata da un'idea di Robert Capa che chiamò a raccolta Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger, William e Rita Vandivert e Maria Eisner. Scelsero un nome evocativo partendo da una bottiglia di champagne e cambiarono le loro stesse vite. L'anniversario è stato celebrato in tutto il mondo. Anche Camera Torino ha indagato come lo sguardo di Magnum si sia posato sul nostro Paese, dando vita a una collettiva che ha scandito i fatti italiani degli ultimi 70 anni. La mostra scaturita, «L'Italia di Magnum», è a Milano, al Museo Diocesano, fino al 22 luglio e raccoglie in 150 scatti.

Si inizia con Capa che ci restituisce un'Italia distrutta dopo la Seconda Guerra mondiale. Seguono i turisti di David Seymour che guardano la Cappella Sistina a pochi mesi dalla fine del conflitto. Gli artisti rivelano tutto lo stupore e l'ammirazione per il nostro patrimonio. Si susseguono René Burri, Herbert Listz, Elliott Erwitt, Thomas Hoepker, Bruno Barbey, Erich Lessing, Ferdinando Scianna, Leonard Freed, Raymond Depardon, Martin Parr, Patrick Sachmann, Thomas Dworzak, Peter Marlow, Chris Steele Perkins, Alex Maioli e Paolo Pellegrin. Abbiamo parlato con quest'ultimo, a Milano per l'inaugurazione. «È difficile - dice - spiegare cosa mi interessi di più. Sono attratto dal rapporto con l'attualità e i momenti storici, dalla possibilità che attraverso la fotografia si crei una documentazione, una testimonianza, soprattutto attraverso lavori a medio e lungo termine come ho fatto in Palestina».

Quando gli chiediamo che cosa significhi essere fotografi, oggi, risponde: «Si tende a dire che la fotografia è in crisi, ma era così anche quando ho iniziato. Ho sempre sentito parlare di un'epoca d'oro, ma, anche se oggi è tutto complicato, mai come ora ci sono così tanti sbocchi per la fotografia. La discriminante è la qualità. Questo è un mestiere complesso in cui contano tecnica e sguardo. Vengo da studi di architettura, da una famiglia di architetti, ma la fotografia è sempre stata presente a casa mia. Il mio unico merito è stato forse riconoscerne l'appartenenza, capire che questa sarebbe potuta divenire il mio modo di esprimermi. Da principio è stata come una lingua straniera, ho dovuto impararne la grammatica e la sintassi, sempre mettendo al centro il racconto dell'uomo. La discrezione è un fatto personale, viene dalla sensibilità di ognuno di noi. Ho una galleria di fantasmi che tengo per me proprio per pudore, rispetto, paura». Due lavori di Pellegrin colpiscono molto: quello esposto, dei fedeli in piazza San Pietro per la veglia alla morte di Giovanni Paolo II, e il progetto in Antartide. «Cerco di non ripetermi, di non cadere nella trappola dello stile. Passiamo metà della nostra vita professionale a cercare uno stile e l'altra metà a discostarcene per superarlo. In San Pietro ho realizzato quei ritratti stretti che raccontavano la partecipazione e il dolore della gente, in Antartide ho prodotto scatti che sono quasi astrazioni. Ho annullato la linea dell'orizzonte, inquadrato crepe che sono diventate segni e metafore».

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