Finalmente un videogame che ci fa tornare uomini

Finalmente un videogame che ci fa tornare uomini
3 Giugno Giu 2018 03 giugno 2018

Si gioca, ma soprattutto si riflette. Sulla nostra specie e sull'uso improprio che facciamo della tecnologia

Alessandro Gnocchi

Può un videogioco raccontare il futuro con la profondità e la forza (anche cinematografica) della migliore fantascienza? Detroit: Become Human riesce nell'intento e si colloca immediatamente tra i capolavori dell'arte ludica. Non immaginate un'esperienza frenetica da «sparatutto». Detroit: Become Human ha il passo lento ma avvincente delle migliori serie televisive. Siamo a Detroit, tra vent'anni. Sullo sfondo, veniamo a sapere che Stati Uniti e Russia sono ai ferri corti. Ma il cuore del racconto è un altro e tocca temi come l'intelligenza artificiale, l'autocoscienza delle macchine, il concetto di libertà ma anche di umanità. Inizialmente controlliamo tre personaggi destinati a incontrarsi. Ma come e perché lo decidiamo noi, ogni scelta apre una porta e ne chiude altre dieci. Il che significa, tra l'altro, che Detroit: Become Human si può giocare più volte, arrivando a finali completamente diversi.

In sintesi la storia è questa: gli androidi hanno conquistato il mercato come operai, camerieri, prostitute al servizio degli umani. Sono macchine a tutti gli effetti e come tali sono trattate. Quando non sono più utili si gettano via. Però un androide per la prima volta avverte la paura di morire e acquista consapevolezza di se stesso. Presto diventa una specie di epidemia: le macchine iniziano a provare emozioni, addirittura con maggiore intensità rispetto agli uomini, che danno tutto per scontato. Gli androidi «devianti» sono ancora macchine? E non siamo noi stessi macchine imperfette che hanno bisogno di continue riparazioni? Come finirà con gli esseri umani: guerra o pace? Nel frattempo un ispettore, con detective-androide al seguito, indaga su un omicidio che lo porta a incrociare i «devianti». Ma c'è una terza storia piuttosto enigmatica, all'apparenza senza punti di contatto con le altre due. Un'androide è in fuga verso il Canada, dove le macchine sono libere. Porta con sé una bambina salvata da un padre manesco. Nella bambina c'è qualcosa di strano... Ma bisogna arrivare alla fine per sapere cosa la rende speciale. Il giocatore dunque segue tre storie di cui è protagonista. La successione degli eventi e la suddivisione del racconto sono chiaramente modellate su esempi televisivi e cinematografici. La differenza è che il regista è il giocatore. La rivolta degli androidi può essere violenta o pacifica: a seconda delle scelte si sviluppa la storia. Tra una frazione e l'altra appare l'albero delle possibilità, che fa capire al giocatore-regista-personaggio quante strade diverse avrebbe potuto percorrere. In questo, Detroit: Become Human è l'erede di Heavy Rain, molto simile nella struttura ma meno ampio e con una grafica meno sconvolgente. Già, perché Detroit: Become Human dal punto di vista spettacolare se la gioca con il piccolo e grande schermo. Per fare un esempio, la recente serie Altered Carbon ha trattato gli stessi temi con un'efficacia inferiore a Detroit: Become Human in tutti i campi: scrittura, regia, spettacolarità.

L'artefice di Detroit: Become Human è David Cage, amatissimo dai giocatori più anziani e odiatissimo da quelli più giovani. Il motivo del dissenso è che, andando verso il cinema, il videogioco perde la sua natura ludica. Ma il videogame ha avuto un'involuzione con l'avvento dei multiplayer on line: quei giochi in cui utenti da tutto il mondo si trovano in uno spazio virtuale che poi è sempre o quasi sempre un campo di battaglia. Esperienza nulla, adrenalina a parte. E grande risparmio delle case produttrici che sono sollevate dalla fatica di scrivere una storia. Detroit: Become Human offre l'approccio opposto ed è una delizia trovare un po' di intelligenza in un mondo, quello dei videogiochi, che troppo spesso deraglia verso l'idiozia e la violenza.

In Detroit: Become Human, noi «interpretiamo» sempre androidi che si risvegliano dalle fredde tenebre della tecnologia e scoprono di avere un'anima. Già questo scuote qualcosa in noi: forse ci siamo dimenticati di avere quell'anima che gli androidi desiderano tanto. L'identificazione inevitabile con i personaggi ci porta a prendere decisioni che interrogano i nostri valori. Libertà o sicurezza? Quale spazio concedere alle intelligenze artificiali? A un certo punto, un androide «deviante», prima di sacrificarsi, dice di aver capito il senso della vita: mettersi gratuitamente al servizio degli altri. Georges Bernanos, che esattamente un secolo fa si era posto il problema del rapporto tra macchine e uomini, forse sottoscriverebbe. Detroit: Become Human è un nuovo tipo di esperienza che coinvolge gli occhi, le mani, l'intelligenza. Diverte ma turba: ci ricorda che abbiamo un'anima. Sarà una pietra miliare sulla strada del nuovo intrattenimento che non ci vedrà spettatori passivi ma attori in prima persona.

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