"Cosa ti sei messa in testa!" L'emancipazione in un cappello

Cosa ti sei messa in testa! L'emancipazione in un cappello
9 Giugno Giu 2018 09 giugno 2018

Tutte le donne lo sanno: un cappello ti cambia, se non la vita, almeno la giornata. Perché niente come questo accessorio riesce a trasformare la personalità di chi lo indossa. Il suo potere va addirittura oltre: ha preteso dalle donne la scelta di quale posto occupare nella società e racconta, ancora oggi, una storia di fascino, eleganza, pudore, seduzione ed emancipazione. Diceva Coco Chanel che l'educazione di una donna consiste in due lezioni: non lasciare mai la casa senza calze, non uscire mai senza cappello. Non alludeva alle sculture torreggianti dell'epoca, ma alle sue creazioni di paglia, qualche piuma, toni neutri, ogni tanto un nastro di gros-grain in nome di una donna liberata e moderna.

Cappelli discreti. E potentissimi. Ci avete mai fatto caso? Più il diametro diminuisce, più aumenta il raggio d'azione di chi lo indossa e il cappello rimpicciolito non parla più solo di stile ma di diritto al voto, all'indipendenza economica, al lavoro, al movimento. C'è un mondo intero racchiuso in ogni foggia. Un mondo raccontato dalle foto che, fino al 15 settembre, saranno esposte in via Luigi Galvani 24 a Milano (www.alidem.com). Con la mostra Cosa ti sei messa in testa! prende il via il terzo capitolo della grande collezione di photographie anonyme di Alidem. Ideata da Pompeo Locatelli e curata dal collettivo Alidem di Milano (società da lui fondata per valorizzare le risorse dei giovani fotografi e rendere alla portata di tutti ciò che prima era riservato a pochi) l'esposizione narra, attraverso 180 capolavori europei e americani, una storia affascinante e inedita proprio perché senza firma. Non si sa chi le abbia scattate queste foto, spesso non si sa nemmeno chi sia il soggetto ritratto. Eppure sono di un'eloquenza e bellezza dirompenti, capaci di stabilire con chi le osserva un rapporto molto personale perché, attraverso sguardi timidi o di sfida, pose compite o sfrontate e cappelli mai scelti a caso, liberano l'immaginazione. Ci si ritrova lì, occhi puntati su quelle otto donne che procedono a braccetto, cloche in testa e pantaloni alla zuava, a chiederci dove stessero andando, cosa si stessero raccontando... Un gioco di immedesimazione che è possibile proseguire in prima persona: per tutta la durata della mostra Alidem ha allestito una nicchia che accoglie due dozzine di cappelli vintage, creazioni uniche da calcarsi sulla testa per scattarsi un selfie, pavoneggiarsi, scoprire lati nascosti della propria personalità.

L'esposizione prende il via idealmente dal cappello di paglia di Emma Bovary, simbolo di libertà negata e, attraverso esagerazioni edoardiane di 45 centimetri di diametro, velette, cloche e turbanti, superando l'Ottocento e arrivando agli anni '60 del Novecento, approda al casco da cosmonauta che Valentina Tereskova, prima donna nello spazio, indossò nel 1963 per spingersi ai confini dell'universo. In fase di lancio, proprio lei intimò dal suo elmetto: «Hey cielo, togliti il cappello: sto arrivando!».

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