E a Praga si preferisce dimenticare l'orrore dell'occupazione che ricordare i martiri

E a Praga si preferisce dimenticare l'orrore dell'occupazione che ricordare i martiri
12 Giugno Giu 2018 12 giugno 2018

Ripensare i tempi del regime per molti è troppo doloroso. Resta solo molta rabbia verso i russi

Nel cimitero di Olany, poco fuori dalla città vecchia, la lapide commemorativa dei soldati sovietici impegnati nell'invasione («l'aiuto dei fratelli russi» secondo la propaganda cecoslovacca) dell'agosto 68, è ricoperta da uno spesso strato di plastica protettiva. È lì per evitare che qualcuno la imbratti, come è già successo. L'ultima volta un attivista anticomunista ha scritto con lo spray fosforescente «Jan Palach», il nome del più famoso ma non l'unico martire del regime comunista cecoslovacco. I pochi cimeli rimasti a Praga della fratellanza con l'Urss vivono lo stesso destino. La statua del maresciallo Ivan Konev, il liberatore del 9 maggio '45 (in realtà il Paese era stato liberato un giorno prima dagli americani, entrati a Pilsen, ma per decenni si è fatto finta di niente e nelle scuole era vietato anche solo ricordarlo), sotto il cui monumento i praghesi una volta depositavano i fiori, è oggetto di atti di vandalismo. L'8 maggio scorso, anniversario della rimossa liberazione americana, la statua è stata verniciata di rosa, in segno di sberleffo. Un colore non casuale, visto che fu proprio quella la tonalità scelta dall'artista David Cerný per verniciare e irridere nel 1991 il carro armato sovietico numero 23 (il primo a entrare a Praga) esposto nel quartiere Smíchov, poi rimosso.

Rimuovere, più che ricordare, è in effetti l'impulso che domina i cechi rispetto al loro passato da satelliti di Mosca. Anche il museo del comunismo (creato non a caso da un americano, Glenn Spicker, trasferitosi a Praga dopo l'89), conta visitatori quasi tutti stranieri, perché i cechi non hanno voglia di rivivere il passato («non mi serve andarci, ci sono cresciuto dentro!», è la risposta che davano a Spicker quando esponeva il suo progetto). Per i cinquant'anni dalla Primavera di Praga, che cadono il 20-21 agosto, non c'è in programma nessuna celebrazione particolare. Anche la mostra fotografica da poco aperta sui cento anni della repubblica, nei giardini dello splendido Palazzo Wallenstein sede del Senato, contempla alcuni pannelli sul '68, ma senza alcuna speciale enfasi nonostante la ricorrenza. Si vedono i carri armati tra le fiamme e le bandiere cecoslovacche davanti alla sede della radio di Stato. Poi le vittorie sportive della Cecoslovacchia, contro la Russia, come quella di Miloslava Rezková nel salto in alto alle Olimpiadi in Messico nell'ottobre 68, battendo due atlete russe. O la finale storica ad hockey nel 1969 sentita come una rivincita contro gli invasori sovietici, al punto che quel giorno la gente scese nelle strade e la polizia fu costretta a sedare chi aveva colpito le vetrine della Aeroflot, la compagnia area russa.

Una resistenza passiva che caratterizzerà tutto il ventennio dopo il '68, fino alla Rivoluzione di velluto dopo la caduta del comunismo, nel 1989. E contrastata con ogni mezzo dal KS, il partito comunista al potere. Una delle domande per ottenere un posto di lavoro fu da lì in avanti: «È d'accordo con la politica del partito sull'aiuto dei Paesi del patto di Varsavia nel '68, cioè con l'invasione sovietica?». Rispondendo «no» era impossibile trovare un lavoro dignitoso. Tante le storie custodite dalle strade di Praga. La statua di Lenin che i praghesi irridevano, attaccando alla mano un cestino da funghi o infilandogli una sigaretta in bocca. Quella enorme, 30 metri di granito, la più grande tra i Paesi del patto di Varsavia, di Stalin (ora al suo posto c'è un grande metronomo), che costò l'infamia popolare al suo autore, lo scultore Otakar Svec morto suicida il giorno prima dell'inaugurazione della statua. Persino l'uomo che posò per lo scultore - un elettricista degli studi cinematografici di Barrandov - non riuscendo a scrollarsi di dosso il soprannome di «Stalin», morì alcolizzato tre anni dopo. La Primavera di Praga non mutò il regime, ma la rivolta proseguì silenziosamente, nelle coscienze, in piccoli gesti di ribellione. Si strappava la venticinquesima pagina del passaporto, perché il 25 era il giorno del congresso del partito comunista. Gli studenti, costretti a sorbirsi le celebrazioni di partito, appena potevano si dileguavano.

Le guide turistiche offrono vari tour tematici di Praga - la Praga magica, la Praga ebraica, la Praga barocca, la Praga di Kafka, persino quella atroce della città sotto il nazista Reinhard Heydrich (il «macellaio») - ma non sulla Praga comunista, che pure è durata quasi cinquant'anni. Gli strumenti della polizia segreta usati per spiare le ambasciate straniere, dal campanile, non ci sono più. Sulla sede della Radio dove nel '68 arrivarono i carri dell'Armata rossa, c'è una targa che ricorda l'evento, ma chi non conosce la lingua ceca farà fatica a capirlo. Succede anche che sul memoriale alle vittime del Comunismo, opera di Olbram Zoubek, una scalinata dove le persone vengono via via annullate, i turisti si facciano i selfie non capendone il significato. Anche il monumento a Jan Palach, lo studente che si diede fuoco, è difficile da vedere se non ci si inciampa dentro. Una croce a terra, davanti al Museo Nazionale in piazza San Venceslao, ondeggiante su due dossi, perché i martiri di Praga furono due (e altri in altre città): Palach e Jan Zajíc, un altro ragazzo suicida per la libertà (si dà fuoco nel febbraio '69, a 19 anni). L'odio strisciante per i russi, che oggi si ripresentano come ricchi investitori, acquirenti di case di lusso e studenti facoltosi, è un sentimento ancora presente soprattutto nelle generazioni più anziane, a cui il suono della lingua captato sui mezzi pubblici rievoca tempi cupi. Spiega lo scrittore ceco (naturalizzato francese) Milan Kundera, che dopo l'appoggio alla Primavera di Praga si autoesiliò a Parigi: «I cechi erano da sempre russofili. Quando nel 1945 i russi hanno liberato la Cecoslovacchia, sono stati accolti con amore. È stato soltanto dopo l'invasione del '68 che i cechi, come gli altri popoli dell'Europa centrale, hanno cominciato a odiare i russi». Ma tutto, l'antico risentimento anticomunista come il ricordo dei martiri della libertà, resta in uno spazio più discreto dell'anima nazionale, sotto il mantello luccicante della nuova Praga meta del turismo di massa.

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