In scena il conflitto generazionale di una società che ha perso l'educazione

12 Giugno Giu 2018 12 giugno 2018

Compagnia Dammacco nell'ultimo atto di «Trilogia della fine del mondo»

Antonio Bozzo

Teatro anarchico e poetico. Teatro sociale con spruzzi di surrealismo. Incanti minimalisti su materia incandescente. Teatro etico e popolare. Questo e altro si legge, o si ascolta uscendo dagli spettacoli, se capita la fortuna di assistere a un lavoro della Piccola Compagnia Dammacco. Piccola lo è davvero: fondata a Modena nel 2009 dal pugliese Mariano Dammacco, è composta, oltre che dal fondatore, dall'attrice Serena Balivo e dalla disegnatrice e pittrice Stella Monesi.

Al Franco Parenti, da oggi al 17 giugno, la Compagnia porta La buona educazione, titolo che richiama (non intenzionalmente, ma le associazioni, ancorché bizzarre, non vanno represse) La mala educación di Pedro Almodóvar e La scuola cattolica di Edoardo Albinati. Lo spettacolo conclude la Trilogia della fine del mondo, dopo i primi due lavori, L'ultima notte di Antonio (2012) ed Esilio (2009). Conclusione che somiglia a un'apertura, visto il numero di domande poste dalla messinscena sul significato di educazione. Un tema delicato ed esplosivo: non è necessario essere sociologi per sapere quanto l'educazione - anche sentimentale, senza scomodare Flaubert - aiuti la consapevolezza degli individui, chiamati a navigare nel mare insidioso di una realtà sempre meno comprensibile.

Lo spettacolo, che arriva dal Festival delle Colline Torinesi (dove ha incuriosito e ottenuto buoni voti dalla critica), non è ovviamente un predicozzo su come trasmettere la buona educazione per formare cittadini migliori. In scena, c'è Serena Balivo in solitaria, che dialoga con un fantoccio di ferraglia. È il giovanissimo nipote, figlio di una sorella della protagonista, morta all'improvviso; di quel ragazzo cigolante ora deve occuparsi la zia, lo deve educare, contro voglia, per rispettare un impegno che avverte come doveroso verso la sorella scomparsa. Impresa che fa tremare le vene ai polsi, e di cui ci si chiede (se lo chiede anche lo spettatore) se ne vale la pena, se è possibile trasmettere valori realmente buoni o si diventa soltanto cinghie di trasporto di un medio senso comune. L'educazione resterà un enigma e, in un trattamento teatrale capace di sorprendere, si scoprirà anche quanto il ragazzo di ferro, spiazzando tutti, possa cambiare le convinzioni della zia.

Mariano Dammacco è uomo di teatro a largo spettro. Basta cercare il suo nome in Rete per leggere colonne fitte fitte di sue collaborazioni con nomi di fama (da Gabriele Vacis, ad Alessandro Baricco, Maria Paiato, Lella Costa e tanti altri), di suoi testi e libri scritti, persino di tesi di laurea composte sul suo lavoro, visto che opera con visibilità fin dai primi anni Novanta. Non c'è bisogno di questo, per apprezzare la sua compagnia in scena alla corte di Andrée Ruth Shammah ma, come si dice, aiuta.

Commenti

Commenta anche tu