L'arte di Italo Zannier: così un'apparizione diventa vera fotografia

L'arte di Italo Zannier: così un'apparizione diventa vera fotografia
13 Giugno Giu 2018 13 giugno 2018

Italo di nome, friulano di cognome, è stato il primo titolare in Italia di una cattedra di Storia della fotografia, a Venezia, forse non a caso la città più fotografata del pianeta.

Si metta in posa... Ecco, così. Bene... Clic. Clic. Il ritratto di Italo Zannier è nitido, e di altissima qualità. Ottantasei anni, macchina fotografica sempre in tasca, oggi è una Canon («Ne ho sessanta, di ogni formato»), un'idea chiara in testa («La fotografia non è la realtà. Ce la fa solo intuire»), occhi che danzano («Mi guardo sempre attorno») e mani irrequiete («Mai fermarsi!»), Italo Zannier è collezionista di 12mila libri a tema (e di fotografie entrate nella storia). Curatore di decine di mostre (tra cui la sezione fotografica di Italian Metamorphosis, la grande esposizione dedicata all'arte italiana dal Guggenheim di New York nel 1994). Autore di molti saggi che hanno sviluppato la materia, dal dagherrotipo ai selfie («Sono l'essenza stessa della fotografia, che è testimonianza»). Ma soprattutto fotografo. E che fotografo... Un'epifania del suo lavoro sono le Fotofanie («Apparizioni, pura manifestazione di luce») che danno titolo alla mostra aperta tutto il mese di giugno nella casa museo Boschi Di Stefano a Milano, a cura di Andrea Tomasetig. Da migliaia di scatti realizzati negli ultimi tre anni e conservati nella memoria digitale della sua Sony tascabile, ecco una selezione di 109 fotografie inedite stampate in copia unica in grande formato. Un allestimento firmato da Cristiana Vannini (che sparpaglia le fotografie sui tre piani di casa Boschi Di Stefano, tra la collezione di opere d'arte del Novecento, dentro e fuori le diverse stanze, nel salotto, nei corridoi, nella favolosa sala dei Fontana...). Nove sezioni: Autoritratti, Oggetti, Dal treno, Natura, Luoghi dell'anima, Vetrine, Europa, Ritratti, Frammenti («Mi faccio sorprendere da situazioni anomale, casuali, che sembrano attendere una immagine. Una fania per il momento, che poi, volendo, potrà diventare una fotografia»). E un percorso squisitamente «fotografico», se è vero che la fotografia è un itinerario, un modo di collocarsi nello spazio prendendone coscienza. Il risultato? Una sfilata di ombre, trame, guizzi di luce, gesti, sguardi («Non cerco la realtà, ma il suo fantasma»), dove la nitidezza non è un requisito fondamentale, anzi («È meglio se le immagini sottratte all'apparecchio di ripresa sono un po' sfocate o mosse; abbasso la storica nitidezza, che lascio volentieri alle sfide scientifiche, estetiche, iperrealistiche e ai fotografi dotati di strumenti superaccessoriati...»). E poi vetrine, oggetti curiosi e il meglio (anzi il peggio) dei particolari anti-turistici delle grandi città europee (Zannier è un viaggiatore instancabile). Il kitsch - che è solo a qualche grado di distanza dal pop - immortalato da un maestro.

Il maestro, da tempo, ha categorizzato il suo mondo. E ce lo inquadra in una pausa pranzo durante l'allestimento della mostra. «Ci sono i fotografisti. I fotografatori. E i fotoartieri... Senza offendere nessuno è un po' come la differenza che c'è tra un imbianchino, un writer e un pittore. Tutti mestieri dignitosissimi. La differenza fra le diverse categorie non è la professionalità, ma la capacità dello sguardo nel primo caso, della mano nel secondo». E in entrambi i casi - insegna Italo Zannier - della creatività.

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