L'immagine? Oggi conta anche per lo scrittore

L'immagine? Oggi conta anche per lo scrittore
14 Giugno Giu 2018 14 giugno 2018

La recente morte di alcuni protagonisti della letteratura del Ventesimo secolo ha posto nuovamente la domanda su quale sia il ruolo dell'artista nel mondo moderno, e quanto la biografia di uno scrittore possa incidere nella valutazione della sua opera. Tom Wolfe, ad esempio, è stato criticato per la sua feroce disapprovazione della società da lui stesso felicemente definita «radical chic», mentre l'intensa vita erotica di Philip Roth è stata oggetto di severa condanna, soprattutto da parte delle neo/vetero-femministe inebriate dal successo del #metoo.

Giunge, quindi, a proposito la pubblicazione di un volume a cura di Edoardo Zuccato, L'immagine dell'artista nel mondo moderno (Marcos y Marcos, pagg. 270, euro 25) che si propone di considerare come, nell'ambito di una globalizzazione sempre più invasiva, la considerazione di un autore, o comunque di un «artista» non possa più dipendere soltanto da criteri estetici, anzi. Come già accaduto agli «artisti» del mondo del cinema e dello spettacolo, anche il giudizio sulla produzione degli artisti e degli scrittori è indissolubilmente legato alla loro biografia. Nel volume viene delineato il quadro di come e quando si sia verificato questo mutamento, a partire soprattutto dall'Ottocento, come dimostra il curatore stesso in un suo contributo intitolato Costruire la figura dello scrittore moderno, che dimostra come già i romantici Wordsworth e Byron fossero consapevoli dell'importanza del rapporto arte-vita, ponendo estrema attenzione agli aspetti delle loro biografie che preferivano nascondere o, viceversa, enfatizzare.

Incentrato, invece, sul ruolo che l'artista moderno ha assunto nella prima metà del Novecento è il saggio di Stefano Casella, dedicato alle Radici rituali della poesia in Eliot e Pound, radici che affondano nel sacro, dando al poeta il ruolo di «sciamano e ierofante». Forse non è casuale l'assonanza fra i termini poeta e profeta, poiché, sin dall'alba dei tempi - pensiamo a Orfeo - il poeta è assimilato al visionario, a colui che vede più e meglio degli altri, incarnando in modo egregio quello che Pound definì il ruolo del poeta, ovvero di essere «le antenne della tribù», con tutte le conseguenze, anche drammatiche, del caso.

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