Macron il traditore non si scusa: "Non do ragione a chi provoca"

Macron il traditore non si scusa: Non do ragione a chi provoca
14 Giugno Giu 2018 14 giugno 2018

Un anno fa il presidente entrò all'Eliseo illudendo l'Unione. Ha disatteso le sue promesse. E ora continua a insultarci

«Ricostruirò il legame tra l'Europa e le nazioni che la formano, tra l'Europa e i suoi cittadini», dice il 7 maggio del 2017, quando prende la via dell'Eliseo dopo aver battuto la leader euroscettica Marine Le Pen. La sua camminata trionfale sulla spianata del Louvre, accompagnata dalle note dell'inno alla Gioia, l'inno europeo, è un momento memorabile, una grande iniezione di fiducia per le istituzioni europee alle prese con la più grave crisi degli ultimi decenni, l'uscita della Gran Bretagna. Lo scorso aprile si presenta a Strasburgo, il Parlamento riunito in sessione plenaria, e invoca il multilateralismo come antidoto al rischio di «una guerra civile» nel Vecchio Continente provocata dagli «egoismi nazionali». Eccolo Emmanuel Macron, presidente più giovane della storia di Francia, nelle dichiarazioni di intenti che hanno ridato respiro a Bruxelles e speranza a chi lo considerava argine alle spinte nazionaliste.

Ma la giravolta si è consumata in poco più di un anno. Dopo il Macron di lotta è arrivato quello di governo. E la musica è cambiata. Soprattutto ai danni dell'Italia, anche quando a sedere a Palazzo Chigi è Paolo Gentiloni, prima che arrivi un governo non proprio in sintonia come quello Cinque Stelle-Lega. Fino agli insulti di questi giorni, la linea italiana sulla nave Aquarius definita «vomitevole» dal portavoce del partito del presidente, En Marche, e il nostro Paese «cinico e irresponsabile». La ricetta del Macron di governo è: nazionalismo tanto, come da tradizione francese, multilateralismo con i Paesi europei che contano, Germania in testa, con l'obiettivo di rubare la scena anche alla cancelliera Merkel. Non è un caso che anche il capogruppo dei Popolari all'Europarlamento, Manfred Weber, gli abbia ricordato che la «democrazia è ben più di una riunione tra Merkel e Macron», che «le decisioni degli elettori vanno rispettate ovunque avvengano» e che «la vera democrazia non è dividere gli europei in buoni e cattivi».

Sì, perché nel frattempo, nonostante gli annunci, Macron va dritto per la sua strada. Anche sull'immigrazione, per la quale bacchetta l'Italia «irresponsabile» e rincara la dose in queste ore: «Non posso dare ragione a chi provoca. Non possiamo cedere alla politica del peggio (...). Non dimentichiamo chi ci ha interpellati, li conosciamo bene». Sui migranti, il presidente approva una legge che rende più facili le espulsioni, estende il periodo di detenzione massima per chi è in attesa del provvedimento e riduce a sei mesi (compresi i ricorsi) i tempi di esame delle domande di asilo. Un provvedimento «incentrato sulla repressione», lo definisce Le Monde. A Ventimiglia, frontiera con l'Italia, la polizia francese blocca l'accesso, chiudendo di fatto le frontiere in barba al trattato di Schengen. È qui, a bordo di un treno, che le forze dell'ordine francesi costringono una donna incinta, trascinandola per braccia e gambe, a scendere a Mentone. Sono i primi di aprile. Il 30 marzo gli agenti entrano in un centro per migranti italiano scortando un profugo e costringendolo al test delle urine. Qualche giorno prima una donna nigeriana, incinta e affetta da un linfoma, era stata respinta alla frontiera di Bardonecchia: muore all'ospedale Sant'Anna di Torino dopo il parto cesareo. Intanto in Libia - infischiandosene del multilateralismo - Macron ruba la scena all'Italia e convoca una conferenza internazionale, portando la Francia al centro del dossier più caldo del Nord Africa. E anche in Siria, la concertazione è solo con i big, Stati Uniti e Gran Bretagna, con cui decide di bombardare. La politica estera comune europea può aspettare.

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