Controcultura

Rebatet tra pena di morte e voglia di redenzione

La cattura, la condanna e la grazia. Nell'aprile 1947 lo scrittore fece il resoconto della propria odissea

Rebatet tra pena di morte e voglia di redenzione

Stenio Solinas

Quando chiesero al generale de Gaulle, che da membro del Comitato di liberazione nazionale nel 1945 aveva fatto fucilare per alto tradimento Robert Brasillach, se non giudicava incredibile la grazia, concessa due anni dopo, dal presidente della Repubblica Auriol a Lucien Rebatet, condannato a morte per lo stesso motivo, la risposta fu degna di un personaggio storico del teatro di Montherlant: «Non meritava questo onore!». Negli anni Cinquanta, François Mitterrand, anche lui futuro inquilino dell'Eliseo, sempre a proposito di Rebatet se ne uscirà con una frase degna dello stile di Chateaubriand: «Esistono due tipi di uomini: quelli che hanno letto Les Deux Etendards e gli altri»... Les Deux Etendards era il romanzo a cui l'allora carcerato Rebatet aveva affidato il suo riscatto letterario, mille e trecento pagine che facessero dimenticare le seicento e passa di Les Décombres, il pamphlet furiosamente antisemita che l'aveva portato a un passo dal plotone d'esecuzione: uno status da grande romanziere novecentesco che prendesse il posto della carogna da seppellire nel disprezzo che sempre in quel secolo aveva finito con il rappresentare. Uno e bino, allora?

Adesso che Mimesis ripubblica di questo autore un testo minore, ma significativo, Non si fucila di domenica (pagg. 62, euro 6, traduzione di G. Rognoni) vale la pena interrogarsi su questa non semplice dicotomia. Scritto nel 1953, una volta tornato in libertà dopo sette anni di lavori forzati, Non si fucila di domenica è, come nota Simone Paliaga nella sua puntuale introduzione, lo stadio finale di una lunga lettera scritta nell'aprile del 1947, quando finalmente l'ombra lugubre della fucilazione cede il passo al sole della vita, per quanto in cattività. È insomma il resoconto di come si trascorrono i giorni non sapendo se si vedrà l'alba di quello successivo, il supplizio quotidiano di chi non sa se dietro il secondino che spalanca la cella c'è la grazia o l'esecuzione. Come ha scritto Pol Vandromme, «se si è a favore della pena capitale, bisogna impartirla subito. Se si è contrari, bisogna graziare senza ritardo. Inasprire l'angoscia, prolungarla all'infinito, per volontà o per distrazione, ha a che fare con il sadismo e il colpevole che subisce una simile prova diviene in ogni regime civile del mondo una vittima». Per cinque mesi è ciò che a Rebatet toccherà in sorte.

Facciamo un passo indietro. Arrestato nel maggio del 1945, trasferito nel carcere di Fresnes nell'ottobre successivo, processato e condannato nel novembre dell'anno dopo, il comportamento di Rebatet in tribunale non sarà dei più esemplari e questa annotazione, lungi dal voler fare del moralismo o del titanismo sulla pelle di chi, comunque, si stava allora giocando la vita, aiuta forse a capire meglio la psicologia e il peso delle idee. Non c'è dietro di lui il sentimento tragico di Drieu La Rochelle, gli manca la coscienza della propria grandezza di Céline, non lo sorregge quella visione un po' infantile e un po' cavalleresca del fascismo «male del secolo» di Brasillach... Siamo di fronte a un bravo, appassionato e colto critico d'arte, di musica e di cinema che nel maelstrom della guerra ha preteso di essere quello che non era: un esperto di politica, il propagandista di un'idea di parte. Lo ha fatto senza misurare i toni, lasciandosi trascinare dal carattere e non dall'intelligenza, senza rendersi conto che le parole sono pietre: ora che quelle pietre gli si rivoltano contro cerca di schivarle, si pente di averle lanciate, prova a diminuirne il peso, si scusa, vorrebbe cancellarle.

Riuscitissimo nelle centinaia di pagine in cui racconta le miserie, le tragedie e la farsa di una Francia imbelle eppure vanagloriosa, di una sinistra oscillante fra tradimenti e trombonismi, di una destra maurrassiana incapace di aderire alla realtà, di un regime di Vichy fatto di generali con il monocolo, di una nazione che si scioglie come neve al sole davanti ai cingolati della Wehrmacht, Les Décombres è però un cimitero di previsioni sbagliate, di analisi raffazzonate, di odi feroci e gratuiti, di piccoli rancori e meschine vendette, di regolamenti di conti intellettuali da bistrò che il clima del tempo eleva purtroppo a chiamate di correo, a denunce scritte e sottoscritte.

È però in carcere che Rebatet riprende in mano il dattiloscritto del romanzo a cui stava lavorando ormai da un paio d'anni, quel Les Deux Etendards che tanto piacerà a Mitterrand e che un critico come George Steiner ha definito «uno dei capolavori segreti della letteratura moderna, il più grande romanzo scritto in Francia dai tempi di Proust». Chi, una volta lettolo, pensasse di trovarsi di fronte a un Rebatet completamente diverso da quello fegatoso, isterico e sfrenato di Les Décombres dimostrerebbe però una curiosa miopia. Non ci sono infatti due Rebatet, uno «cattivo» e uno «buono», ce n'è uno solo, di cui il secondo è la versione più meditata, più felice, più ambiziosa e più appagata del primo. I temi dello scontro politico vengono spogliati delle contingenze, delle frenesie, delle ambiguità di una scelta di campo obbligata e risistemati nell'ambito di una disfida fra concezioni del mondo dove le parti in campo sono rappresentate nel loro massimo di dignità e di capacità di seduzione, dove non c'è il nemico, ma l'avversario, dove le ragioni e i torti sono equamente divisi, dove l'autore non rinuncia a esprimere le proprie preferenze, ma lascia al lettore il diritto di appassionarsi all'una o all'altra tesi.

Non c'è la miseria dell'impegno partigiano, c'è la grandezza di chi non abbassa i propri ideali a propaganda.

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