"Il teatro è una tomba. Le lobby di sinistra lo hanno massacrato"

Il teatro è una tomba. Le lobby di sinistra lo hanno massacrato
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6 Luglio Lug 2018 06 luglio 2018

Il grande attore e regista al Festival di Spoleto con «Lettere a Nour» sul fanatismo della jihad

Il tema è di stretta attualità. Diciamolo pure: di cronaca. Ma non definitelo civile o sociale per carità - meno che mai politico. Franco Branciaroli, che non è uno che le manda a dire, vi risponderebbe per le rime. Per il grande attore milanese Lettere a Nour di Rachid Benzine, storia di un'intellettuale islamico che scopre nella figlia una pericolosa terrorista della jihad, in scena (per la regia di Giorgio Sangati) al Festival di Spoleto da stasera venerdì 6 luglio, «non è un testo di cronaca politica. Ma la storia d'amore fra un padre e una figlia».

Un padre e una figlia che tuttavia - interpretano in modi diametralmente opposti quell'Islam nel cui nome viene insanguinato il mondo. «Sì, ma attenzione. Benzine - che è un islamologo e filosofo francese di origini marocchine - immagina un conflitto epistolare tra un intellettuale musulmano, convinto che Islam significhi amore e pace, e la figlia, che invece è stata spinta dal fanatismo jihadista a partire per l'Iraq e a imbracciare le armi. Questo però è solo lo sfondo. Quel che a me interessava è il dramma in primo piano - tutto intimo e paterno - di una persona perbene che all'improvviso s'accorge d'aver generato un nemico. Un po' quel che accadde al ministro Carlo Donat-Cattin, quando scoprì che suo figlio era un terrorista di Prima Linea».

Come reagisce allora questo musulmano?

«Si chiede: è mai possibile che il mio Dio, che invita alla pace, sia lo stesso di mia figlia, che incita al sangue? Fa appello alla sua ragione almeno quanto la ragazza sprofonda nel fanatismo. E si accorge con orrore di un dettaglio rivelatore: alla donna manca totalmente il senso dell'umorismo. Cioè, in sostanza, il senso della realtà. E una persona che non sa ridere saprebbe per assurdo - anche sparare».

Insomma, proprio la personificazione dei due presunti Islam, attorno a cui si discute da anni: quello cosiddetto moderato e quello che ha partorito l'Isis. Ergo: nasceranno polemiche attorno a Lettere a Nour?

«No, è impossibile: lo scontro è narrato senza schematismi e, ripeto, soprattutto come dramma paterno. Che poi questo testo faccia trasparire anche l'ambiguità di fondo dell'Islam, e il suo essere - soprattutto confronto al cristianesimo - religione incompleta e imperfetta, passibile (come dimostrano le tragedie che sappiamo) di interpretazioni opposte, tali da condurre su strade totalmente sbagliate, è inevitabile».

Benzine propone qualche punto di vista che sfugga all'approssimazione demagogica in cui è solitamente avvolto questo tema?

«Più di uno. Il racconto di cosa provi la figlia terrorista, ad esempio. Chi si è mai preoccupato di scavare nella psicologia di questi kamikaze moderni? Davanti alle efferatezze dell'Isis, e poco prima di diventare una bomba umana, in un rigurgito di coscienza la donna si chiede, come ci si chiedeva ad Auschwitz, Dove sei Dio?».

Perché si secca se qualcuno definisce questo un testo politico?

«Perché io detesto il teatro politico. O politicamente corretto. O falsamente provocatorio. Come certi monologhi pseudo-civili, ha presente? L'attore solo in scena che si parla addosso per ore, fingendo d'indignarsi di cose che il pubblico già conosce, e per le quali finge d'indignarsi anch'esso? Che barba! E quegli orrendi one man show ridanciani di stampo televisivo? Il teatro è cultura. E spettacolo, perbacco! Andate a vedere come lo fanno in Inghilterra, dov'è in gran parte privato e per questo è costretto a fare incassi. Sai dove te li mandano il comico tv e il monologo civile, gli inglesi?».

Tuttavia lei non ha mai sfuggito temi alti e problematici, come quando assieme a Giovanni Testori, ha lavorato attorno a quello della Fede.

«Ah, ma allora il discorso è completamente diverso! Sa perché il teatro oggi è così noioso, pigro, così inutile? Perché gli è stato tolto l'Assoluto. Il che non significa necessariamente o esclusivamente Dio, ma, più in generale, lo Spirito. La Verità. Non parlo della verità ideologica: quella va bene, appunto, per gli spettacoli politici. Parlo dell'aspirazione alla Verità dello Spirito, senza la quale tutto si riduce soltanto a chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere».

Cos'altro rimprovera al teatro d'oggi?

«E che vuoi rimproverare ad un morto? Oggi il teatro è una tomba. Sulla quale ogni tanto qualche regista mette dei fiori freschi, sperando che la salma si rianimi. Ma sempre salma resta. La verità? Anche il teatro è in mano a gruppi, a conventicole, generalmente di sinistra, che col loro pensiero unico, col loro politicamente corretto, hanno finito per massacrato. E lo stanno distruggendo».

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