Fusione Fs-Anas e Cdp, i due rebus da sciogliere per l'alleanza al governo

Fusione Fs-Anas e Cdp, i due rebus da sciogliere per l'alleanza al governo
7 Luglio Lug 2018 07 luglio 2018

Il grimaldello delle clausole mette a rischio le nozze. La Lega vuole un suo uomo alla Cassa

La partita più strategica è quella che verrà giocata entro la fine della prossima settimana sulle nomine di Cassa Depositi e Prestiti, la cassaforte controllata dal Tesoro e partecipata dalle fondazioni che gestisce 250 miliardi di risparmio postale. Ma il nodo Cdp si sta intrecciando nelle ultime ore con quello relativo alle nozze tra le Fs e l'Anas, volute dal governo Renzi, celebrate frettolosamente prima di Natale dal governo Gentiloni ma non ancora consumate da quello attuale. Che, anzi, non ha fatto mistero di voler riaprire la pratica con una sintonia tra Lega e M5s. «Bisogna valutarle in tutti dettagli e vedere se ha senso o no», ha detto il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, all'inizio di giugno nel primo giorno di insediamento. L'operazione è stata varata a fine 2017 con un aumento di capitale da 2,86 miliardi mediante conferimento dell'intera quota posseduta dal Mef nell'Anas ma che potrebbe essere ancora messa in discussione per decreto, usando come grimaldello le condizioni poste al momento della stipula dell'atto come l'«assenza di effetti negativi sui saldi di finanza pubblica rilevanti ai fini degli impegni assunti in sede europea, verificata dal Tesoro» o come l'«adeguatezza dei fondi stanziati nel bilancio Anas rispetto al valore del contenzioso giudiziale in essere». Nel mirino ci sarebbe la presunta mancata svalutazione di circa 2 miliardi del patrimonio non ammortizzabile dell'ente nazionale per le strade, contestata dall'ad renziano delle Fs Renato Mazzoncini, ma anche i dubbi sull'effettiva portata delle sinergie industriali.

La fusione aveva tra l'altro consentito allo stesso Mazzoncini, di essere riconfermato alla guida delle Ferrovie prima della scadenza del mandato. Ma ora la sua poltrona traballa: a Perugia è stato rinviato a giudizio per truffa, il cda gli ha rinnovato la fiducia ma da statuto occorre che sia l'assemblea dei soci - non ancora convocata ma attesa prima di agosto - a pronunciarsi, riunendosi entro 60 giorni per confermare la permanenza in carica del manager. E a quel punto la palla sarà in mano al socio di controllo, ovvero il Tesoro guidato da Giovanni Tria.

Il cambio in casa Fs è legato con quello di Cdp nel gioco dei pesi sulla bilancia dell'alleanza gialloverde. Nel Carroccio il dossier nomine è affidato a Giancarlo Giorgetti che al posto di Mazzoncini vorrebbe mettere l'ex ad di Poste, Massimo Sarmi. Ma è soprattutto sulla scelta del nuovo timoniere della Cassa, oggi in mano a Fabio Gallia, che la Lega vuole porre il timbro per equilibrare la presidenza del «tecnico» Massimo Tononi, scelto dalle Fondazioni, e la direzione generale che potrebbe essere affidata all'attuale direttore finanziario di Cdp, Fabrizio Palermo, considerato in quota grillina. Entro lunedì 9 toccherà al Tesoro togliere il velo alla sua lista con il nome dell'ad e quelli di sei consiglieri da portare all'assemblea di venerdì 13. Sarà fumata bianca? «Decide il ministro Tria ma i tempi sono ormai maturi per decidere», ha detto ieri Giorgetti.

Di certo, Salvini vuole un suo uomo al vertice della Cassa e nella rosa di possibili candidati graditi alla Lega al momento ci sono, Marcello Sala (ex vicepresidente vicario del consiglio di gestione di Intesa, già liquidatore della Crediteuronord, il fallito tentativo della banca leghista), l'ex ad di Tim, Flavio Cattaneo, oggi a Italo, che in passato ha guidato anche Terna e Fiera di Milano oltre ad essere stato direttore generale della Rai, e l'avvocato varesino Giuseppe Bonomi, (ex presidente di Sea, la società di gestione degli aeroporti milanesi e oggi ad di Arexpo) anche se il suo curriculum più industriale che finanziario potrebbe essere ideale per il ruolo di capo-azienda di Fs. Ad essere stato sondato dal Carroccio nelle ultime ore è Domenico Arcuri, ad di Invitalia (per le possibili sinergie con la Cdp), che non sarebbe sgradito nè ai Cinque Stelle nè alle Fondazioni (Tononi avrebbe fatto sapere di non accettare la presidenza se l'ad proposto non avesse le competenze adeguate al ruolo di ad).

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