Nicaragua, vescovi aggrediti dai sandinisti marxisti di Ortega

Nicaragua, vescovi aggrediti dai sandinisti marxisti di Ortega
10 Luglio Lug 2018 10 luglio 2018

Nel paese centramericano gravi violazioni dei diritti umani. Il cardinale Brenes, il rappresentante di Papa Francesco Sommertag e i vescovi Báez e Mantica sono stati attaccati, dalla polizia e dai paramilitari sandinisti marxisti legati al governo di Daniel Ortega, nella Basilica di San Sebastian di Diriamba. Dure le reazioni internazionali

In Nicaragua, l'arcivescovo della capitale Managua e cardinale Leopoldo Brenes, il nunzio apostolico Stanislaw Waldemar Sommertag (rappresentante di Papa Francesco nel paese centramericano), il vescovo ausiliare di Managua monsignor Silvio Báez e il vescovo Miguel Mantica sono stati attaccati dalla polizia e dai paramilitari sandinisti nella Basilica di San Sebastian di Diriamba, città distante 40 chilometri dalla capitale, dove si erano recati per liberare un gruppo di infermieri e missionari francescani assediati, proprio nella cattedrale, dai paramilitari legati al governo marxista di Daniel Ortega.

Questo atto è stato interpretato come la rottura totale del dittatore Ortega con la Chiesa cattolica di Papa Francesco, con il quale aveva mantenuto un rapporto teso ma stretto.

I prelati, accompagnati dall'Associazione nicaraguense per i diritti umani, dopo avere raggiunto la piazza in cui si trova la basilica, hanno visto il tempio circondato da circa 200 poliziotti incappucciati, oltre a dozzine di paramilitari armati, anche pesantemente, e con la faccia coperta.

"Abbiamo sentito quell'azione, dura, forte e brutale contro i nostri sacerdoti. Non abbiamo mai visto nulla di simile in Nicaragua ed è davvero triste", ha detto il cardinale Brenes dopo gli eventi e dopo aver presieduto una preghiera nella Cattedrale Metropolitana.

L'unico episodio simile fu l'affronto sandinista a San Giovanni Paolo II verificatosi nel marzo 1983. Allora i sandinisti interruppero, in una piazza pubblica, la messa del pontefice al grido di "vogliamo la pace".

"Siamo andati nelle parrocchie per non fare violenza, ma per consolare i nostri sacerdoti, per accompagnarli nella sofferenza, tuttavia abbiamo ricevuto quell'aggressione e tutti abbiamo sofferto per Cristo", ha aggiunto Brenes. I paramilitari - armati di pistole - e la folla sandinista hanno tenuto sotto assedio la basilica e, all'interno, i sacerdoti e i medici volontari che, sostanzialmente, sono stati sequestrati e poi feriti a causa della repressione. Sono stati aggrediti anche alcuni i giornalisti al seguito dei prelati e sono stati distrutti anche degli arredi sacri.

Su Twitter monsignor Silvio Báez, al quale sono state strappate le insegne episcopali, ha scritto che "con la violenza ci incamminiamo per una strada senza uscita, i problemi si risolvono con la ragione e il dialogo". Il prelato è stato ferito al braccio destro, colpito allo stomaco e aggredito verbalmente, mentre monsignor Miguel Mantica è stato ferito al collo.

La presenza dei vescovi a Diriamba, per mediare tra le parti, era stata ampiamente annunciata, come avevano fatto lo scorso 21 giugno con successo nella città di Masaya. Ma mentre i paramilitari e la folla a Masaya erano rimasti in sordina, adesso qualcosa è cambiato.

Il Presidente sandinista-marxista, Ortega aveva indirettamente minacciato i vescovi lo scorso sabato, quando aveva radicalizzato la sua posizione contro la crisi: il presidente non ha avanzato, infatti, la proposta di elezioni per il primo trimestre del 2019, come richiesto da una parte significativa della popolazione, dimostrando d’essere attaccato al potere. Guida il paese dal 2006, dopo aver cambiato la costituzione per abolire il limite dei due mandati.

Secondo l’Agenzia Fides Ortega avrebbe ordinato di porre fine alle proteste energicamente prima del prossimo 19 luglio, trentanovesimo anniversario della rivoluzione sandinista. Da parte sua, la Conferenza episcopale del paese ha rilasciato una breve dichiarazione in cui "ripudia e deplora profondamente l'aggressione fisica e verbale" subita dai vescovi.

La delegazione, spiega la nota, "ha adempiuto la missione di Gesù Cristo, essendo al fianco del popolo sofferente". È stata "una visita pastorale ai sacerdoti e ai fedeli dell'area di Carazo, vittime della polizia, dei paramilitari e delle folle che producono morte e dolore".

L'aggressione contro il nunzio e i vescovi di Managua ha suscitato la condanna e la solidarietà di diverse conferenze episcopali in tutto il mondo. Quella della Costa Rica, guidata da monsignor José Rafael Quirós Quirós (arcivescovo di San Josè) in una dichiarazione ha definito l’aggressione "vile" e ha denunciato "il peggioramento costante della repressione del governo del Nicaragua contro il proprio popolo".
I vescovi della Costa Rica chiedono "alla comunità internazionale di collaborare per la soluzione di questo e di portare la pace".

Monsignor José María Gil Tamayo, segretario generale della Conferenza Episcopale Spagnola, attraverso Twitter, ha espresso "la solidarietà ai vescovi del Nicaragua brutalmente aggrediti per avere difeso il popolo" e denunciando pubblicamente l’oltraggio e pregando "per questa nazione sorella".

L' Arcidiocesi di Monterrey (Messico), ha espresso vicinanza ai "fratelli in Nicaragua e la solidarietà al vescovo Silvio José Baez dopo l'attacco che ha ricevuto". L'arcivescovo di Madrid (Spagna), il cardinale Carlos Osoro, ha scritto di pregare "per i vescovi e il popolo del Nicaragua, affinché il Signore vi sostenga, con la forza della sua grazia e del suo amore, per rimanere testimoni coraggiosi di lui in mezzo alla violenza".

Oltre all'aggressione contro i vescovi, una Chiesa Cattolica nella città di Jinotepe è stata profanata da un altro gruppo di paramilitari. Come conseguenza di questi atti di violenza, la Conferenza episcopale del Nicaragua, mediatrice e testimone del dialogo nazionale, ha sospeso i tavoli di lavoro creati per superare la crisi che il paese sta attraversando.

Il conflitto in Nicaragua è iniziato ad aprile con proteste contro la riforma della legge sulla sicurezza sociale che il governo voleva imporre. Sebbene Ortega abbia finalmente ritirato la riforma, rappresaglie da parte di gruppi legati al regime hanno causato centinaia di morti che hanno indignato la popolazione, che ha risposto con più dimostrazioni, a sua volta represse più duramente. Si stima che oltre 300 nicaraguensi siano stati uccisi durante queste settimane di proteste.

La Commissione interamericana per i diritti umani e l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno accusato il governo Ortega di gravi violazioni dei diritti umani, come "omicidi, esecuzioni extragiudiziali, maltrattamenti, possibili atti di tortura e detenzioni arbitrarie commesse contro la maggioranza della popolazione giovane del paese".

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