"Io sono invecchiato ma il jazz no. È ancora inno di libertà"

Io sono invecchiato ma il jazz no. È ancora inno di libertà
12 Luglio Lug 2018 11 giorni fa

Il grande artista domani suona a Umbria Jazz: «Tutta la mia carriera in una serata»

Il suo nome è quello sotto al titolo. O accanto, o subito dopo quelli dei più grandi musicisti internazionali del novecento. Perché chi ama Frank Sinatra, o Michael Jackson, o Jacques Brel o Ennio Morricone, non può non amare Quincy Jones. È stato infatti questo eclettico e geniale nero, oggi ottantacinquenne, a comporre, arrangiare o produrre molti dei leggendari successi di quelle superstar. Comprensibile, dunque, l'entusiasmo con cui i patiti attendono l'unica apparizione italiana (venerdì a Perugia per Umbra Jazz) di «uno degli inventori del jazz moderno», come l'ha salutato ieri Renzo Arbore, presidente della rassegna.

Mister Jones: col suo concerto lei festeggerà i 45 anni di Umbria Jazz, che a sua volta festeggerà i suoi 85.

«Sarà una bella serata. Ho voluto attorno a me alcuni miei amici e collaboratori storici, come Dee Dee Bridgewater, Noa e Patti Austin, Paolo Fresu. Eseguiremo brani che coprono tutto l'arco della mia carriera, che dura da più di sessant'anni, dal pop al jazz, alle colonne sonore cinematografiche».

Che rapporto ha avuto, nella sua lunga vita, con la cultura e la bellezza?

«Sono nato lo stesso giorno di Michelangelo. Lo confidai una volta a Leonard Bernstein, mentre visitavamo insieme la Cappella Sistina. E lui: Ecco perché sei un genio. Eri predestinato!».

Che rapporto ha avuto, nel corso di questi sessant'anni, con la musica italiana?

«Musicalmente io sono cresciuto anche grazie all'opera di tanti artisti italiani. Ricordo le straordinarie jam session che facevo con Romano Mussolini - eccellente jazzista - o col grande Piero Piccioni. Fra i miei più cari amici, poi, c'è stato Armando Trovajoli e c'è Ennio Morricone: sono stato proprio io, a fargli avere l'oscar alla carriera. E di quella serata non posso dimenticare le sue lacrime. Né la mia commozione».

Che significa oggi per lei la parola jazz?

«Io sono invecchiato. Ma il jazz no. E ha sempre lo stesso significato: libertà. Libertà d'improvvisare, di variare, d'inventare. Ricordo quando da ragazzo suonavo con due coetanei che erano ancora nessuno: Charlie Parker e Dizzy Gillespie. Non avevamo un soldo, ma facevamo la musica che ci pareva. Ricordo quando, entrambi quattordicenni, io e Ray Charles suonavamo assieme qualunque cosa, dal classico al rhythm and blues. Eravamo liberi, non avevamo confini. Perché è la musica stessa, ad essere così. Libera».

Trent'anni dopo la storica epopea di We are the world come giudica quell'esperienza? Incise veramente sulla coscienza del mondo sulla tragedia dei popoli africani, o rimane solo una bella pagina di pop?

«Produssi We are the world perché in Inghilterra sir Bob Geldof aveva fatto qualcosa di simile con cantanti inglesi. Venne da me Harry Bellafonte e mi disse Ma noi americani non facciamo nulla?. Lui pensava ad un grande tour con quaranta stelle statunitensi. Io rilanciai: facciamo semplicemente una canzone. Beh: con quella sola canzone raccogliemmo 62 milioni di dollari, poi impiegati in operazioni benefiche in Etiopia».

Accanto ai successi è piovuta su di lei anche qualche inattesa critica?

«Si. Quando produssi Thriller di Michael Jackson. Molti lo ritenevano commerciale, anzi triviale. Ma non m'interessava. Ripeto: per me la musica dev'essere libera. Non ho mai pensato di far musica per avere successo. Il successo è solo una conseguenza. E la conseguenza di Thriller furono 130 milioni di copie».

Fra tutti i grandissimi che ha incontrato, quale ricorda con più emozione?

«Papa Giovanni Paolo II. Quando io, Bono e Bob Geldof andammo a trovarlo a Castel Gandolfo per consegnargli un premio. Notai che portava le scarpe rosse. Lo trovai un dettaglio un po' pacchiano, e lo dissi sottovoce a Bono. Ma il Papa mi sentì. E rise di cuore. Dopo quel colloquio si sbloccò la richiesta che avevamo fatto alle nazioni ricche di cancellare il debito dei paesi poveri».

Cosa deve contare per i giovani che fanno jazz oggi?

«Ciò che contava anche per noi. Rimanere legato alle proprie radici. I miei eroi, che poi fortunatamente divennero anche miei colleghi, sapevano sempre esattamente da dove nasceva la musica che facevano. Ricordo la registrazione di due dischi di Miles Davis e Gill Evans, cui presero parte anche Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan. Andavano a colpo sicuro, non avevano incertezze, sapevano cosa facevano».

Concludendo: come può definire la sua avventura nel mondo della musica?

«Una benedizione. Ho avuto tanto; anzi tutto. Non poteva che arrivarmi da Dio. E' lui che me l'ha regalato».

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