Nella solitudine delle cime di riserva vi capiterà di essere felici

Nella solitudine delle cime di riserva vi capiterà di essere felici
13 Luglio Lug 2018 8 giorni fa

Nel 1948 le vette più famose del Cadore sono prese d'assalto dalla febbre dell'alpinismo Le altre, «nude e potenti», incantano ancora

«Non è stata un po' egoista la nostra generazione con le Dolomiti? ci diceva un amico. A quelli che verranno non gliele lasciamo un po' troppo consumate?». E non aveva tutti i torti, a prima vista. Anche le montagne si consumano, come tutte le belle cose della vita. Anche un quadro, una musica, un capolavoro letterario, se lo vediamo, ascoltiamo, leggiamo lutti i santi giorni dell'anno verrà tempo che non ci dirà più niente; la conoscenza a un certo punto li distrugge. Guai se si esaurisce il meraviglioso, se scompare quella specie di sorpresa che è la prima base del bello. Così son le montagne: pensate a una cima battuta in tutti i suoi versanti, creste, valloni, propaggini, che ogni sua rupe abbia visto passare l'uomo, che i suoi misteri siano stati completamente svelati; che ci importa più di una montagna simile?

E il Cervino?, direte. Se c'è mai stata vetta percorsa in tutti i sensi, scalata da migliaia di alpinisti, donne, vecchi e bambini, descritta in ogni sua minima pietra, questa è il Cervino. Eppure si direbbe che gli uomini non ne siano stanchi. Vero. Ma il Cervino, come le grandi montagne occidentali, è la natura che non gli permette di invecchiare. Le Alpi del ghiaccio eterno sono protette contro questa decadenza. Rinascono ogni giorno. Non passa, ora, si può dire, che non si trasformino in qualche modo. Il canalone che stamane è facile, nel pomeriggio potrà essere addirittura assurdo, il cattivo tempo è in agguato, da un momento all'altro potrebbe scatenarsi la tormenta; e chi può prevedere ciò che faranno le invisibili artiglierie appostate lassù in cima, pronte a scaraventare giù valanghe di macigni? Ecco «vie» di ordinaria amministrazione, tecnicamente elementari, mutarsi in imprese diaboliche da forsennati, ecco scalatori famosi restar bloccati per giorni e notti su itinerari da novizi; e ci sono certi anni che molte pareti restano rigorosamente vietate anche ai più forti. Di giorno in giorno si rinnova infatti la giovinezza delle grandi montagne occidentali, interi eserciti possono passarci sopra e il giorno dopo esse si risvegliano più selvagge di prima, ogni traccia di passi cancellata sui bianchi canaloni.

Per le Dolomiti è diverso. Tranne che per le poche grandi pareti settentrionali spesso incrostate di ghiaccio, grondanti di stillicidi, battute da scariche di sassi, piene di roccia marcia, le Dolomiti non cambiano. Nella buona stagione è raro che il tempo si metta al brutto così di colpo; neve e ghiaccio sono un'eccezione. E quando ripetiamo una scalata a distanza di decenni, troviamo tutto intatto come lo lasciammo quel lontano giorno: il minuscolo appiglio nel passaggio delicato non si è deformato di un millimetro, a metà del camino c'è ancora quel pietrone in bilico che pareva dovesse precipitare giù ad un semplice soffio e invece è sempre là, al medesimo posto, sempre traballante, e la cengia dove bisogna traversare è coperta ancora di ghiaietta malfida, non è neppure crollato l'«ometto» che vent'anni fa avevamo improvvisato con quattro sassi per riconoscere subito la strada nel ritorno.

Identiche, di anno in anno, le Dolomiti. Ma intanto i loro grandi misteri sono caduti ad uno ad uno, le spaventose pareti che levavano il respiro solo a vederle non hanno resistito. Dovunque volga lo sguardo, le verticali muraglie sono state tutte umiliate; e se il pensiero di chi ha osato tanto ci desta ammirazione, è pur vero che queste rupi non ci fanno più tanta paura e ci sembrano meno belle di una volta. Alziamo gli occhi, facciamo segno con l'indice, ecco i primi salitori sono passati di là, dove si vede quella tacca rossa. E poi non le conosciamo troppo a memoria, non le potremmo disegnare ad occhi chiusi le famose guglie, Torri di Vajolet, Cime di Lavaredo, Campanile di Val Montanaia, Torri d'Averau, Punta Fiammes, Croda da Lago, Campanil Basso? Dove il loro antico orgoglio? Non è un po' come se vivessero ormai di rendita, nobili decadute, sulle glorie defunte?

Così parlava, pressapoco, l'amico pessimista. Senza accorgersi che, per la maggior parte delle Dolomiti, era successo proprio il contrario. Vogliamo dire che l'alpinismo portato alle ultime conseguenze, l'arrampicamento di quinto e sesto grado, per intenderci, la sconfitta di tutte le più perfide pareti, la tendenza a trasformare le rupi in una specie di palestra per uno sport pericolosissimo ma con tutte le caratteristiche dello sport, l'interesse esasperato per le massime imprese, il disinteresse per le cime facili e genericamente per le crode non consacrate da qualche «direttissima», tutta questa concentrazione di sforzi contro le rocche più dure da conquistare, anziché consumare le Dolomiti, ha impedito loro di invecchiare.

È successo infatti che grandi e piccoli alpinisti sono andati alla ricerca delle cime difficili ed eleganti il cui nome suonasse bene in una conversazione tra iniziati. I grandi restarono attaccati per giorni e giorni sui vergini, superstiti strapiombi, i piccoli, cioè i meno bravi, batterono le vie classiche dei più classici picchi. Le crode a due passi dalla carrozzabile, come Cime di Lavaredo e Torri di Averau, non conobbero più un'ora di riposo; e le cordate dei sestogradisti, che pure per la loro abilità avevano a disposizione una possibilità di scelta sterminata, proprio per il terrore del mediocre, si limitarono alle pareti che apparivano perfette e che per ciò stesso erano poche.

Intanto, senza che alcuno ci pensasse, le patriarcali e solenni montagne che non avevano paretoni a picco di mille metri né guglie di trecento, gli antichissimi valloni fuori mano che non potevano sperare in citazioni sui giornali, il mondo delle cime di «seconda scelta» invisibili dal fondo valle, non percorse da strade o da sentieri, non riprodotte sulle cartoline illustrate, questo umile e recondito regno del medio ceto dolomitico era lasciato in abbandono.

Esse non erano eleganti, non erano di moda né registrate sul Gotha delle vertigini, non davano abbastanza soddisfazione, erano anzi scomode, sporche di ghiaie, lontane dai rifugi scarsamente postillate dalle guide turistiche. Gli occhi stavano fissi agli ossessionanti apicchi dove dei minuscoli omini procedevano con lentezza esasperante, metro per metro, appesi a chiodi inverosimili. E tutt'intorno, in una successione innumerevole di creste sfumanti via via nella bruma dell'estate, erano le selvatiche cime dai nomi dimessi e strani, povere di «insoluti problemi», rotte da cenge e canali, tutte a gobbe e crestoni; eppure qui la maestà dei silenzi e delle solitudini regnava con molto più splendore.

Perché dalle rupi scheggiate ogni mattina dai martelli dei rocciatori i favolosi spiriti delle crode avevano finito per fuggire, ad uno ad uno erano stati sloggiati dalle fessure sospese a sghembo sugli abissi dove contavano di poter vivere indisturbati per l'eternità; al calar delle tenebre noi stessi ne vedemmo alcuni sgusciare a balzi rapidissimi di roccione in roccione, o volar via senza rumore, attraverso la notte, con le loro membra frastagliate simili a frange di nebbia, o spiccare balzi di cresta in cresta lasciando dietro a sé scie fosforescenti. E andavano a rifugiarsi nelle erme cittadelle dimenticate dagli uomini dove non c'era strepito di richiami, né grattare di cordate per ogni dove, né lanterne di bivacchi, né jodel trionfali sulle vette, ma soltanto si potevano udire i rumori rari e discreti di una vita senza impazienze, lo stridio di qualche gazza nei canali, uno smottare incomprensibile di ghiaie, uno scroscio di sassi in un remoto precipizio, l'eco talvolta del torrente che l'aria portava su dal fondo della valle, il malinconico belare delle pecore dalla verde malga a mezza costa e in certi pomeriggi imprevedibili perfino il sottilissimo fruscio del tempo che si consuma.

Meno gente ancora che al principio del secolo frequenta questi angoli quasi proibiti che pur non sono chilometricamente distanti dalle strade degli autopullman. Dopo i primi esploratori nessuno è passato più benché le volenterose guide del Club Alpino registrino nomi, date, percorsi, imprese ormai da vecchio archivio. Chi si avventura più per i meandri delle Marmarole, chi all'alba va all'attacco di certi rustici paretoni che hanno il supremo torto di non essere geometricamente verticali, a chi viene in mente di bivaccare nella romantica Val dei Frati sotto il Duranno, chi tenta i mille sentieri rupestri dell'Agordino, dove un fantastico intrico di rupi si accavalla come scomparti di un mostruoso labirinto, chi sbuca sui cengioni bianchi delle cime di Fanis, chi ansima su per gli sfasciumi incombenti come un imbuto sul Lago Nero ai piedi della Croda dei Toni, o indaga sui segreti dell'alta Val Stallata, chi batte la sua picca sui ghiacci settentrionali dell'Antelao oppure col rumore dei suoi passi mette in fuga i camosci nelle inesplorate forre dei Feruc, meno percorse dall'uomo che i deserti estremi dell'Africa?

Su tutto il Cadore dolomitico dominano questi grandi incanti. Lassù non ci sono è vero le arrampicate espostissime, al cui attacco si attiva in trenta minuti dal rifugio, spesso lassù ci vogliono quattro, cinque ore di marcia su per ghiaie maledette prima di raggiungere le rocce. E le rocce non sono sempre l'ideale per un rocciatore novecento, può darsi che siano rocce vecchie e marce, e basta un niente per far crollare spaventose frane, può darsi che all'improvviso la parete si plachi in una scalinata di ghiaioni, il che dal punto di vista dell'ortodossia rappresenta una macchia deplorevole, può darsi che la via non sia rigorosamente determinata da una fessura ma che si possa andare su da una parte o dall'altra a piacimento e anche questo è una gravissima mancanza. Qui però risorge ben più forte la dimenticata gioia di tornare indietro nei millenni, di toccare luoghi che nessuno ha mai prima toccato dal principio del mondo, di sentirsi presi dentro a un'avventura, di dimenticare la città, lo sporco, i soldi, le miserie quotidiane.

Pensateci, diciamo, a questi nascosti paradisi quando sarete fra le Dolomiti. Il sentiero ben tagliato nella costa, con tanti cartelli indicatori e segni rossi e blu ogni cinquanta metri è probabilmente più comodo. Ma, una volta al bivio, fatevi un poco di coraggio e prendete la diversa strada; la quale si inerpica goffamente per greppi inospitali, ed è ripida e fa grandi giri viziosi e ogni tanto sembra smarrirsi tra le ghiaie e a un certo punto vi guardate intorno e non scorgete più il rassicurante tetto del rifugio, né la bianca strada del fondo valle, né alcun segno di esistenza umano, se non quella vaga traccia di sentiero che potrebbe essere anche soltanto il casuale resto di una antica cornice naturale o una pesta di bestie o un ingannevole segno tracciato apposta dagli gnomi per trarvi nel precipizio.

Sì, allora in quel deserto, sorgendo dentro a voi un improvviso vile rimpianto per la placida casa col suo grigio tran tran di tutti i giorni, proprio nel momento che penserete con rabbia a noi che qui vi abbiamo così male consigliati, in quell'istante stesso conoscerete alla fine la montagna come deve essere, nuda e potente, chiusa nella sua sapienza senza fine. Su quelle crode innominate, prive di gloria, il cui nome non potrà strappare ai vostri amici lodi o meraviglia, sulle vecchie mobili crode che nessuna gara ha mai contaminato, lassù vi capiterà probabilmente d'essere felici, anche senza saperlo. Resistete dunque ai consigli delle guide che sono bravissime persone ma è umano preferiscano condurvi su per la celebre paretina ch'essi ormai conoscono come la propria casa piuttosto che su complicate crode dove non sono mai state (e ricordano solo come il loro nonno raccontasse vagamente d'esserci salito con due signori inglesi e mostrasse col dito dov'erano passati in corrispondenza di quella lastra nera). Non lasciatevi lusingare dalla brevità delle salite, dal desiderio di uguagliare l'amico che le ha fatte dandosi tante arie.

Oppure, ci domandiamo, tutto questo lungo discorso significa soltanto che siamo diventati vecchi? Che le pareti dritte intersecate da itinerari d'alta classe ormai ci fan paura e di fronte a noi stessi, per evitarle, ci giustifichiamo con questi romantici rimpianti di montagne meno pretenziose? Che ormai quei vagabondaggi per le valli senza sentiero siano in realtà senza senso, come voler tornare per forza a un'epoca sepolta?

Anche questo ci domandiamo. Ma intanto, proprio adesso bianche nuvole passano lentamente sopra le cime senza eroi spostando le loro ombre viola su e giù per i burroni. E mentre noi qui nella calda città scriviamo e il tram cigola malamente alla voltata, lassù i pallidi giganti misteriosi stanno in silenzio.

«Le vie d'Italia», luglio 1948

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