Non sono «privilegiati», punirli è ingiusto

13 Luglio Lug 2018 8 giorni fa

di Francesco Forte

L a classe media in Italia è un limone da spremere. Non solo su di essa cade la quota maggiore della pressione tributaria, ora c'è una nuova spremitura consistente nel taglio delle pensioni considerate privilegiate, perché di almeno 4 mila euro. Il vicepremier Di Maio, esponente di punta di questa torchiatura, aveva posto l'asticella a 5mila euro, sostenendo che il taglio si sarebbe basato su un ricalcolo col principio contributivo. Ciò in contraddizione rispetto al progetto di modifica della riforma Fornero, tramite una grossa deroga al modello contributivo. Ma subito dopo il taglio ha riguardato le pensioni di 5mila euro a prescindere dal criterio contributivo. L'appetito fiscale viene tassando ed ora l'asticella è scesa a 4 mila euro. Un taglio iniquo per chi ha lavorato tutta la vita, in attività con rilevanti responsabilità, sulla base di competenze acquisite con gli studi, l'esperienza professionale, l'impegno nel lavoro e l'aggiornamento. In genere, i contributi previdenziali versati da questi pensionati del medio ceto sono molto rilevanti. A tali contributi si è aggiunto un peso tributario progressivo di Irpef e di relative addizionali e di tassazioni varie, che non viene considerato da chi argomenta che queste pensioni sarebbero un privilegio e le vuole scremare con un contributo di solidarietà. Invero l'aliquota del 45% di Irpef che hanno versato sui loro stipendi i titolari di queste pensioni e da pensionati essi continuano a versare è di per sé un contributo di solidarietà. Ed è tale anche il contributo che ha dato alla società chi, con l'impegno del proprio capitale umano, ha contribuito ad accrescere la produttività del capitale materiale e del lavoro in generale. Certo, ci sono quelli che han fatto carriera senza merito. Ma il merito non viene considerato. Comunque, il taglio permanente delle pensioni dette d'oro e d'argento considerate un privilegio per la loro dimensione, è incostituzionale in quanto viola il principio dei diritti acquisiti mediante una legge e un contratto stipulato nel passato. La retroattiva è vietata nello Stato di diritto. E la scusa del «privilegio» è molto scivolosa. Perché 4mila euro è un privilegio e non lo è 3mila; e la pensione di reversibilità in genere o in tal caso è un privilegio? Ma anche il configurare il taglio delle pensioni di 4 mila euro come contributo di solidarietà comporta una violazione costituzionale. Infatti i pensionati - a parità di reddito con gli altri soggetti - non hanno una maggior capacità contributiva economica. All'opposto, hanno minor capacità contributiva economica di chi è nel vigore degli anni e può lavorare al meglio. Inoltre in Italia chi ha 4mila euro di pensione non ha una maggiore capacità contributiva di natura solidaristica, perché già paga una aliquota di Irpef progressiva molto elevata che si giustifica con il principio di solidarietà. Pertanto il contributo di solidarietà richiesto agli anziani, che ricevono una pensione di 4mila euro derivante dal loro lavoro qualificato, viola il principio di eguaglianza a parità di capacità contributiva di cui agli articoli 3 (principio di eguaglianza) e 53 della Costituzione (criterio di capacità contributiva). Un Paese che opprime il proprio al ceto medio non avvantaggia affatto i meno abbienti. Solo l'alleanza fra merito e bisogni può garantire benessere a tutti.

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