Via Palestro, 25 anni dopo arriva l'ultima assoluzione

Via Palestro, 25 anni dopo arriva l'ultima assoluzione
13 Luglio Lug 2018 13 luglio 2018

Chiusi i processi sulla strage. Sentenza definitiva per Tutino, accusato di aver fornito l'auto bomba

Luca Fazzo

I vecchi conti con la giustizia li ha chiusi ormai da tempo, si è fatto dieci anni di carcere di massima sicurezza per associazione mafiosa, è tornato libero. Da ieri Filippo Tutino, uomo d'onore della famiglia di Brancaccio, ha visto svanire il pericolo di tornare in galera, e stavolta per sempre: la Cassazione - con una sentenza pronunciata in piena notte - lo ha assolto definitivamente dall'accusa di concorso nella strage di via Palestro, Milano, 27 luglio 1993. Non fu lui a rubare la Uno che venne imbottita di esplosivo e piazzata davanti al Padiglione d'arte contemporanea.

Tra poco saranno passati venticinque anni: e con l'assoluzione di Tutino si chiude il lungo e tortuoso cammino della giustizia nel cercare di dare colpevoli e spiegazioni alla notte peggiore vissuta da Milano dopo gli anni di piombo. Cinque morti: un vigile, tre pompieri, un senzatetto. Non è rimasta una strage senza colpevoli: l'intera cupola di Cosa Nostra è stata condannata, Totò Riina e Bernardo Provenzano sono morti mentre scontavano anche l'ergastolo per via Palestro. Comprimari e gregari sono stati anch'essi condannati in quantità. Eppure ci sono zone d'ombra che a questo punto resteranno tali per sempre: nella ricostruzione concreta della strage (se non l'ha rubata Tutino, per esempio, chi procurò l'auto da piazzare al Pac?) ma anche nella comprensione del movente e degli obiettivi.

Lo stesso Gaspare Spatuzza, il pentito che ha accusato Tutino di avere fornito l'auto, ne ha dato spiegazioni non sempre convincenti: come quando ha giurato che in via Palestro non doveva morire nessuno, «le vittime furono un effetto indesiderato». Tutta la macchina organizzativa, i vertici decisionali, le trasferte tra Palermo e la Lombardia, i pericolosi viaggi con l'esplosivo, secondo Spatuzza sarebbero stati finalizzati solo ad un gesto dimostrativo, un botto senza danni alle persone: e sarebbe dovuto bastare questo a spaventare il governo e a revocare le leggi antimafia.

Spatuzza, che accusa anche se stesso di avere partecipato direttamente alla strage, è stato ritenuto attendibile in tutti i processi (tranne, singolarmente, quando ha provato a scagionare un coimputato). E anche le sue accuse contro Filippo Tutino per i giudici sono «connotate da credibilità intrinseca, precisione, coerenza e spontaneità». A mancare sono i riscontri oggettivi, indispensabili - almeno da questi giudici, purtroppo non sempre va così - per confermare le parole dei «pentiti».

Così Tutino viene assolto. L'autore del furto della Uno resta ignoto ed impunito. L'ordine, dice Spatuzza, venne dai fratelli Graviano, i capi del mandamento di Brancaccio. L'esplosivo, una miscela di pentrite e T4, viene portato da Castelvetrano al Nord da un camionista, Pietro Carra, adesso anche lui «pentito», quattro giorni prima della strage. «Erano due balle di esplosivo - racconta Carra - le consegnai a un uomo incontrato nella piazzetta ad Arluno, sui quarant'anni, stempiato». A innescare la bomba provvede personalmente Spatuzza. Ma da lì in poi, le zone d'ombra sono più dei coni di luce: la dinamica finale della strage di via Palestro, scrisse il giudice Anna Laura Marchiondelli nell'ordine d cattura contro Tutino, «organizzata con altri complici ancora non identificati è tuttora pressoché totalmente oscura».

Commenti

Commenta anche tu