Il maestro Vessicchio da Sanremo alla classica: "Ora sì che mi diverto"

Il maestro Vessicchio da Sanremo alla classica: Ora sì che mi diverto
14 Luglio Lug 2018 14 luglio 2018

Dal pop dell'Ariston al palco di Como, dove stasera dirige i "100 violoncelli" di Sollima

Musica, maestro! Vessicchio cambia genere. O meglio, dopo una vita da direttore d'orchestra pop e arrangiatore, ora diventa anche compositore classico. Chi? Che cosa? Sì, è proprio lui. Il Beppe nazional-sanremese, 62 anni, napoletano, che per via del suo look canuto a volte può sembrare la testina verdiana stampata sulle vecchie mille lire. Volto arcinoto della tv, personaggio del festival della canzone italiana e della trasmissione Amici: stasera in quel di Como dirigerà i «100 violoncelli» di Giovanni Sollima - esponente della contemporanea - e soprattutto presenterà un suo brano d'arte e un Libertango rivisitato. Chissà come si sente a indossare l'abito da professore di musica colta.

«In verità il mio impegno in questo senso nasce da molto lontano e finalmente dopo decenni corono un sogno - attacca - I miei periodi formativi avevano a che fare con la classicità. Ho studiato chitarra e come uditore ho frequentato il Conservatorio». A 18 anni seguiva privatamente composizione, poi l'iscrizione alla facoltà di Architettura. Aveva tanta passione e una galleria di «beniamini». Gli piacevano autori come il francese Ravel («che da subito mi è sembrato quello più colorato e vicino a me»), l'americano Gershwin e «Mozart, riscoperto in un percorso a ritroso». Eccolo allora anni dopo tornare ai sogni, come in una seconda giovinezza, dopo le lunghe avventure nel mondo del pop e dintorni, le collaborazioni con Zucchero, Ornella Vanoni e Ramazzotti per dirne alcuni; eccolo alle prese con Ashram: una vita per la pace da lui vergato ed eseguito a Taormina nei giorni scorsi; e oggi nella città sul lago la proposta del suo Sopra un partimento di Francesco Durante, negli intenti progettuali nulla di più dotto. Che lui vuole spiegare così: «Ashram è una composizione che ho scritto negli anni Settanta. Parla della visione che hanno gli orientali della scansione della vita, che per loro è fatta in quattro fasi: la scolarizzazione, la gioventù, la maturità e la sanyasi». E aggiunge: «Il mio linguaggio sicuramente è tonale. Studiando la musicoterapia e le risonanze degli elementi ho visto che questi risuonano. Mi rifaccio ad autori come Rameau e alle teorie di Pitagora. Poi la scuola napoletana del Settecento e quindi Durante». Un po' di storia: in quei tempi barocchi gli strumenti didattici erano i cosiddetti «partimenti» e lui, l'(ex) Beppe sanremese, si è ispirato proprio a uno di questi, «attenendomi però al linguaggio dell'epoca, andando verso il Novecento senza mai perdere le antiche matrici». C'è molta curiosità intorno ai suoi lavori. Compresa la rivisitazione che farà ascoltare del brano di Piazzolla, «che mi sono divertito a sviluppare». Non solo scritture sul pentagramma.

Il maestro durante l'happening dei «cento cellos» sarà sul podio a condurre con la bacchetta; sembra non temere l'insolita formazione. Del resto ci sono precedenti, negli anni Novanta lo si è visto alle prese con «la banda più grande del mondo». C'è pure il 21 luglio: allo stadio Franchi di Firenze si cimenterà con «1.500 rockettari». A questo punto, davanti a un Vessicchio così cambiato in tanti avranno il mal di testa nel cercare di capire a quale mondo ormai appartiene: colto o ancora popolare, questo è il dilemma. «Non ci devono essere divisioni, semmai si deve parlare di identità, che vanno considerate tutte - è la risposta - E se c'è bisogno di rappresentare la nostra quotidianità purtroppo oggi abbiamo solo a disposizione la canzone e affini»; per dire e augurare «che la musica d'arte possa tornare ad avere un suo presente». La musica leggera sta morendo di attualità - sintetizza - così come la musica classica rischia di «morire di passato»; insomma «occorre fare qualcosa affinché le due trovino una forma di collegamento», è la morale. Ma non finisce qui il ragionamento. E neppure le sorprese.

A occuparsi delle sue (nuove) opere è la Sonzogno, la casa che accoglie grandi nomi quali Mascagni, Leoncavallo e Puccini. Il musicista dunque è in buona compagnia: «Sono molto vicino alla linea Sonzogno, anche a Ricordi, ho fatto un'elaborazione di materiali di Francesco Paolo Tosti. Credo che il prototipo della canzone dei nostri tempi lo possiamo trovare in quel periodo». E qui già si avverte l'eco di una sua neonata altra passione, «insegnare»: «Dopo tante cose fatte voglio dedicarmi alla promozione, alla divulgazione della musica con tutti i mezzi possibili, dagli incontri alla tv. Sarebbe bello se la gente scoprisse quanti valori abbiamo». Deviando un attimo. Tra i momenti più emozionanti della sua carriera, la serata sanremese con gli Elio e le storie tese e la loro Terra dei cachi, ma il gran finale è sul Vessicchio saggista che ha scritto La musica fa crescere i pomodori: «Mi piace pensare che la musica non sia solo un nutrimento per la nostra mente ma abbia una relazione molto più profonda con la nostra complessità, con il corpo».

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