Goethe, se il genio letterario è anche figlio del suo tempo

Goethe, se il genio letterario è anche figlio del suo tempo
2 Agosto Ago 2018 15 giorni fa

Il grande scrittore visse una fra le più straordinarie stagioni della storia d'Europa. E la sua opera lo prova

«L'epoca più importante per un individuo è senz'altro quella della sua formazione; epoca che, nel mio caso, si conclude con ciò che è dettagliatamente raccontato nei volumi di Poesia e verità». Così parlava Goethe, il più grande poeta tedesco, al suo amico Eckermann nel 1824, mentre era impegnato a redigere il quarto libro delle sue memorie. Aveva cominciato a progettare la sua autobiografia nel 1809, a 60 anni (era nato nel 1749). Ci pensava già da qualche anno: nel 1806 scriveva al pittore Philipp Hackert (che gli impartì lezioni di pittura durante il viaggio in Italia) a proposito del «dovere di preservare nel ricordo ciò che pare scomparso per sempre». Con il passare degli anni si era reso conto della straordinaria epoca in cui era vissuto: da ragazzo aveva potuto ancora assistere a Francoforte, la sua città, il 18 agosto 1765, alla medievale cerimonia d'incoronazione a Imperatore del Sacro Romano Impero di Giuseppe II d'Asburgo. L'Impero era poco più che una struttura svuotata di potere effettivo, come aveva dimostrato lo scontro tra Austria e Prussia nella Guerra dei Sette Anni, dal 1756 al 1763, che coinvolse l'intera Germania, investendo Francoforte e perfino la casa del poeta poiché il primo piano venne requisito per ospitare il generale dell'esercito francese, il Conte de Touranc, con cui a dispetto del padre il ragazzo, assai precoce, ebbe un rapporto di simpatia: il conte se lo portava al teatro francese e gli faceva vedere i quadri che aveva commissionato ai pittori della città. Negli anni successivi tutta l'Europa apprese della prima grande rivoluzione moderna, quella americana, conclusasi con l'impensabile sconfitta di Sua Maestà Britannica. Successivamente questo cittadino della libera città si trasferì nel Ducato di Weimar, di cui divenne una sorta di primo ministro. Inoltre poté partecipare, da un osservatorio privilegiato, ai grandi capovolgimenti del tempo: la Rivoluzione Francese, le guerre napoleoniche (con l'invasione di Weimar, che non risparmiò la sua bella casa) e poi la Restaurazione, fino a prender coscienza della nuova realtà dell'America, nonché dell'inizio della rivoluzione industriale. Si tenne sempre informato col parigino Le Globe, su cui seguì con trepidazione la nuova rivoluzione a Parigi nel 1830.

Insomma la sua vita era strettamente legata al suo tempo, a uno dei periodi più radicalmente innovativi della Storia. E ciò si ripercosse profondamente nella sua vita: l'intero paesaggio europeo stava mutando socialmente e politicamente. Da qui l'esigenza sempre più viva di raccontare gli anni della sua infanzia, giovinezza, la stagione della sua formazione per riappropriarsi del passato. Fu così che sorse una delle opere più affascinanti del poeta, la sua autobiografia, Dalla mia vita. Poesia e verità (che esce oggi nei «Millenni» Einaudi, pagg. 810, euro 85), dove poesia sta a indicare l'intervento della memoria, la vivificazione del passato con la fantasia, anche basandosi su varie fonti oltre la memoria: i ricordi di conoscenti e l'immenso archivio personale. Ormai quasi alla fine della redazione dell'autobiografia (e della vita) nel gennaio 1830 spiegava la genesi dell'opera: «Il mio obiettivo principale era quello di descrivere ed esprimere la verità profonda che, nella misura in cui la comprendevo, aveva dominato la mia vita. Ma se farlo, a distanza di anni, è impossibile senza il ricorso alla memoria e quindi all'immaginazione... allora è chiaro che esporrò e metterò in primo piano i risultati e il modo in cui oggi pensiamo al passato più che i singoli fatti e il modo in cui si sono svolti all'epoca». Siamo testimoni e insieme inventori del nostro passato, sembra insegnarci Goethe. Il passato viene rivisitato con una delicata operazione di scelta e rimozione. Le prime tre parti vennero pubblicate tra 1811 e 1814, mentre l'ultima uscì postuma nel 1833. Già l'interruzione spiega la difficoltà che lo scrittore incontrava avvicinandosi al racconto della maturità, che per lui coincise con la rottura con l'unica donna che veramente amò, Lili Schönemann, e col trasferimento a Weimar al servizio del Duca Carl August, uno dei sovrani più illuminati, che trasformò il suo insignificante staterello nel centro della cultura tedesca.

L'opera è uno straordinario racconto che comincia addirittura con la traccia dell'oroscopo di quel mezzogiorno del 28 agosto del 1749 quando nacque per terminare con la drammatica, «eroica» decisione di accettare la chiamata del giovanissimo Duca. Una svolta epocale: passare da Occidente a Oriente, da una repubblica a un ducato ancora medievale, con una capitale di seimila abitanti. Il fascino del racconto perché Poesia e verità è forse il suo più bel romanzo è la rievocazione dei genitori, del severo padre, della giovane madre, dell'amata sorella, della casa, dei giochi d'infanzia e via proseguendo, fino agli anni universitari, i primi amori (quelli sempre infelici), la malattia che lo condusse quasi in punto di morte, la crisi religiosa, l'incursione «faustiana» nei labirinti della magia, e d'improvviso l'irruzione, a vent'anni, del suo genio poetico con la stagione irripetibile dello Sturm und Drang. Il racconto di una vita - e che vita! - si svolge come un film: entriamo negli ambienti intimi, nell'atmosfera storica, negli atelier degli artisti, nelle sale universitarie, tra le quinte del teatro e sulla grande scena della letteratura, una letteratura ancora acerba che proprio con lui divenne una delle più grandi del mondo. Alchimia, pietismo, devozione, illuminismo, scienza e sempre, sempre poesia, travolgente come significa il gran finale: la partenza per Weimar verso il suo destino che con la sua opera è diventato anche un po' il nostro: «Come sferzati da invisibili spiriti, i solari cavalli del tempo trascinano via con sé il lieve carro del nostro destino... Dove andrà a nessuno è dato sapere. A mala pena ricorda donde è venuto». Direi non tanto «a mala pena»: il racconto è dettagliato e avvincente, come conferma la stupenda edizione italiana, impreziosita da un ricco repertorio iconografico, a cura di Enrico Ganni, uno dei più preparati e colti traduttori germanisti che abbiamo (il quale aveva già curato un altro imperdibile libro, Conversazioni con Goethe, sempre per «I Millenni» Einaudi). Una grande impresa culturale ed editoriale.

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