Da Troia all'antica Ebla. Le news dell'archeologia

Da Troia all'antica Ebla. Le news dell'archeologia
5 Agosto Ago 2018 05 agosto 2018

Il nostro massimo studioso, Paolo Matthiae, svela il lato inedito delle scoperte che hanno cambiato la Storia

La Storia, a volte, prima di poterla leggere nei libri bisogna scavarla. Estrarla dalla sabbia, strato a strato. E se si scava nel posto giusto la Storia cambia. Ed è cambiata di molto grazie alle scoperte archeologiche degli ultimi cinquant'anni. Per rendersene conto, niente di meglio del nuovo - poderoso e ponderoso - libro dell'archeologo e orientalista Paolo Matthiae: Dalla terra alla Storia (Einaudi, pagg. 568, euro 48). Matthiae, che ha diretto alcune delle campagne di scavo più importanti ad Ebla, in questo volume fa fare al lettore un lungo percorso, nello spazio e nel tempo, che congiunge (fondamentale l'apparato di cartine) molte delle «capsule temporali» che gli studiosi hanno pazientemente dissotterrato negli ultimi tre secoli: da Menfi a Troia passando per Ebla, per Hatusa e per Avaris.

Il racconto di Matthiae si muove su due piani. Per certi versi è una storia dell'archeologia che racconta i grandi protagonisti di questa scienza. E anche chi con questa scienza ha giocato sporco. Ad esempio sono memorabili le pagine in cui, senza cattiveria, mette i puntini sulle «i» alle imprese di Heinrich Schliemann (1822 - 1890), il quale più che essere lo scopritore del sito dell'antica città di Troia ne è stato il demolitore, e non soltanto per imperizia, ma per vanagloria.

Ma qual è la parte più divertente e utile del libro che spazia, davvero con grande dottrina, su una varietà di temi enormi? È il secondo dei piani che menzionavamo prima. Ovvero il racconto delle antiche civiltà attraverso i reperti. Soprattutto attraverso quelli che non ti aspetti e che creano collegamenti sorprendenti. Molto si è scritto, infatti, delle civiltà che animano le vicende di scavo di cui narra l'autore. Ma il libro di Matthiae fa combaciare certi tasselli che mostrano come il mondo antico fosse molto più «in rete» di quanto ci si potrebbe aspettare.

Ad esempio, avete mai sentito parlare del Canto della liberazione? È un testo epico bilingue (khurrito e hittito) ritrovato nella città hittita di Hatusa. Il testo racconta la distruzione della città di Ebla attorno al 1600 a.C. Nella narrazione, la città ha preso prigionieri dei principi stranieri, quindi il dio Teshub (l'equivalente di Zeus) minaccia il re della città: se non verranno liberati l'ira degli déi la colpirà abbattendola. I notabili di Ebla si rifiutano, convinti da un abilissimo oratore di nome Zazalla, e a quel punto si scatena una guerra tra dèi attorno alla città. Schema narrativo ed epiteti ricordano molto da vicino quelli omerici dell'Iliade: somiglianze che sembrano essere tutt'altro che casuali e mostrano come l'epica greca abbia chiari debiti con la letteratura del Medio Oriente, rimasti a lungo non indagati.

E anche su quale sia la vera radice della guerra di Troia, molte risposte sembrano arrivare dagli archivi hittiti (un popolo che rappresentò il maggiore potere politico dell'Anatolia dal 1600 a.C. al 1180 d.C). Il sito di Troia ci offre prove archeologiche (manomesse da Schliemann) di svariati episodi bellici e di incendi che hanno coinvolto la città. Ma non è possibile trovare tracce certe dell'assedio degli achei. Gli archivi hittiti però ci parlano della città di (W)ilusa: quasi sicuramente è Ilio. E del suo re Alaksandu. Non molto diverso da Alessandro, nome alternativo di Paride. Gli archivi hittiti parlano anche delle incursioni costiere degli Ahhiyawa e, anche in questo caso, l'identificazione con gli Achei pare fuori di dubbio. Negli archivi pare anche comparire il nome di Atreo, padre di Agamennone e Menelao. Non si parla di assedi decennali, è vero. Però, ad esempio, è certo che gli hittiti, tra il 1450 e il 1420 a.C. dovettero organizzare una spedizione militare in piena regola per aiutare un vicino che se la stava vedendo molto brutta con gli Ahhiyawa/Achei. Dovettero mandare migliaia di fanti e centinaia di carri. Esattamente come alcune lettere confermano una contesa diplomatica per il possesso di isole poste di fronte alla costa dell'Anatolia che gli Ahhiyawa/Achei avevano occupato. Esiste poi anche una serie di trattati tra Ilio/Wilusa e gli hittiti di mutuo soccorso militare.

Insomma, non sarà la guerra di Troia cantata dal mito, ma risulta evidente una cosa: ciò che i greci hanno narrato, secoli dopo, ha una base storica ben chiara; e nel raccontarla probabilmente hanno messo qualcosa in più dell'eco di fatti reali. Forse addirittura è esistita una Wilusiade, una versione nella lingua di Ilio (il luvio) o in hittita delle vicende troiane. E anche quella, in qualche modo, forse è stata trasmessa alle fonti greche. Difficile da credere? Per Omero Troia è «erta», aggettivo che ricorre sei volte nell'Iliade. Nei testi hittiti si parla dell'«erta Wilusa»... Magari è un caso, magari no.

Ma Matthiae accompagna anche il lettore a scoprire i rapporti tra gli achei e i popoli del mare che aggredirono l'Egitto dei Faraoni al tempo di Ramesse III; la presenza di arte minoica in Egitto; i complessi legami tra le civiltà del Medio Oriente documentati dai ricchi archivi reali di Ebla; gli ultimi ritrovamenti della cultura assira a Nimrud in Iraq, di cui poco si è parlato. Tanto per fare un esempio, non sono molti a sapere che la città egizia di Avaris ha rivelato la presenza di affreschi minoici all'interno dei suoi palazzi. La prova provata dei rapporti tra i Faraoni e Creta (anche se ancora molto resta da fare per spiegare perché una tauromachia cretese sia in un palazzo di Thutmose III...).

Insomma quella raccontata è una rivoluzione della Storia avvenuta negli ultimi cinquant'anni e a volte non ancora recepita del tutto dalla manualistica. Ma, si sa, le rivoluzioni archeologiche macinano piano. Come la Storia, però, macinano molto fino.

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