Cinquant'anni dopo, la preziosa lezione di Zanussi

Cinquant'anni dopo, la preziosa lezione di Zanussi
12 Agosto Ago 2018 12 agosto 2018

Zanussi Scomparso nel '68, aveva creato una multinazionale. Che senza di lui si è fermata

Le imprese, come i governi e le cose, sono animate dagli uomini. Quelli capaci di guardare lontano, di interpretare i cambiamenti e di indirizzare le scelte, hanno successo: con loro hanno fortuna i dipendenti, l'area di appartenenza, il Paese, i consumatori.

Esattamente 50 anni fa moriva in un incidente aereo in Spagna Lino Zanussi; aveva solo 48 anni e in poco tempo aveva fatto diventare la sua fabbrica di elettrodomestici prima in Italia e tra le maggiori in Europa. La sua morte, senza una successione programmata, fu un evento disastroso, perché l'azienda di Pordenone dovette procedere senza il proprio leader e senza un percorso pianificato.

Dopo mezzo secolo da quel tragico evento, si può cercare di capire l'ascesa e il declino di una realtà che alcuni anni dopo rischiò il fallimento: la storia insegna. Oggi la proprietà è del gruppo svedese Electrolux e Zanussi è solo uno dei marchi. Ogni decisione viene da Stoccolma, anche se in Italia i dipendenti sono ancora oltre 4mila.

Nell'incidente di San Sebastian persero la vita altri 3 manager del gruppo, in particolare Alfio Di Vora, vicedirettore generale, il vero braccio destro di Zanussi: l'azienda restò decapitata. Zanussi era animato da un forte spirito industriale, che lo portò al successo. Racconta Luigi Campello, numero uno in Italia fino al 2012: «Capì di che prodotti aveva bisogno il mercato, seppe realizzarli con buona dose di innovazione, di design e di convenienza. Seppe usare la comunicazione grazie alla neonata tv, ebbe una visione internazionale».

L'azienda godeva di ottima salute, e la cassa permetteva di crescere anche grazie ad acquisizioni: prima di morire, Lino Zanussi stava trattando l'acquisto della Zoppas e della stessa Electrolux, con la quale i destini poi s'invertirono. La Zanussi fu un grande redistributore di benessere, e ne beneficiarono tutti: proliferò l'indotto; l'immigrazione, di buon livello tecnico, s'integrò bene; la città acquisì orgoglio metropolitano; nacque la provincia autonoma di Pordenone, staccata da Udine.

A Zanussi succedette il direttore finanziario Lamberto Mazza, 42 anni, ex bancario, che ebbe la fiducia della famiglia azionista. Ma la sua cultura era, appunto, finanziaria e non industriale. Portò a termine l'acquisizione della Zoppas attratto, più che dalle fabbriche, dai cospicui finanziamenti che questa riceveva dall'Imi. «Con Zoppas ricorda Campello - il gruppo diventò leader indiscusso in Europa e raggiunse i 28mila dipendenti». L'onda lunga del successo continuò quasi per inerzia, ma dopo il '68 il mercato cominciò a scricchiolare e si fece più competitivo e l'ambiente Italia diventò meno favorevole. Il gruppo rallentò gli investimenti e negli anni della grande inflazione fece utili grazie a Bot e a Cct, non a frigoriferi e lavatrici: mentre gli impianti invecchiavano. Mazza diventò ostaggio dei politici, che gli imposero acquisizioni fantasiose di aziende decotte. Il gruppo si allargò disordinatamente, a debito, scese nelle graduatorie e il core-business del bianco finì per rappresentare solo il 50% del fatturato

La salvezza, dopo una stagione sotto l'egida di Mediobanca, venne dal Nord: nel 1985 Electrolux - auspice la famiglia Agnelli, amica dei Wallemberg - acquistò il gruppo e ci mise mano proprio con quella cultura industriale che era stata tradita. Fu la scelta giusta: comprò un'azienda che perdeva 16 miliardi di lire al mese, e dopo due anni la riportò in utile. La strada degli investimenti stranieri era aperta. E l'Italia finì per perdere tutta l'industria del bianco, dopo esserne stata la patria indiscussa.

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