Il derby Nord-Sud che spacca il governo

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12 Agosto Ago 2018 12 agosto 2018

Dal fisco alle norme sul lavoro, i due partiti parlano a elettorati molto diversi

C'è un derby nel governo tra Lega e M5s anche sull'asse Nord-Sud, rispettivi feudi elettorali. Il partito di Salvini ha eliminato la parola Nord dal simbolo ma resta radicato e vincente soprattutto in quelle regioni, mentre i Cinque stelle sono minoritari e in certi casi irrilevanti al Nord ma incassano dei plebisciti nelle regioni del Sud dove in molte aree non hanno di fatto rivali. Inevitabile che i due partiti, rispondendo ad elettorati molto diversi, si muovano su linee differenti, basti vedere i due provvedimenti bandiera: la riduzione delle tasse per la Lega (flat tax, eliminazione degli studi di settore per le imprese) e il sussidio statale a chi non lavora (il reddito di cittadinanza) per il M5s. Nel contratto di governo, proprio per evitare divergenze, il tema Sud occupa soltanto otto righe. Anche la classe dirigente nominata nel governo è divisa dall'asse Nord-Sud. Tra l'altro con una evidente marcatura territoriale da parte dei Cinque Stelle, che si sono presi il ministero del Sud, proprio per arginare la vocazione nordista della Lega. In quel dicastero è andata la salentina Barbara Lezzi, mentre nel ministero che dovrebbe spingere la richiesta di autonomia di Lombardia, Veneto e anche Emilia Romagna c'è la leghista vicentina Erika Stefani (Affari Regionali e Autonomie). Nordica è la cerchia ristretta attorno a Salvini, anche nel governo (dal sottosegretario Giorgetti al ministro Fontana) mentre meridionale quella di Di Maio, dal braccio destro Vincenzo Spadafora, sottosegretario, al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, fino al portavoce del governo Rocco Casalino, deus ex machina della comunicazione M5s. Diverso il caso delle Infrastrutture, dove il grillino Toninelli - lombardo - porta in dote la storica avversione pentastellata per le grandi opere, concentrate quasi interamente al Nord (Tav Terzo Valico, Mose, Alta velocità in Veneto) e quindi di scarso interesse per l'elettorato meridionale, bacino principale del M5s.

Col passaggio di consegne da Beppe Grillo a Luigi Di Maio, nuovo capo politico del movimento («Io sono del Sud, la Lega ci ha sempre insultati. Noi mai con loro» diceva), e il minor peso di Davide Casaleggio rispetto al padre, lo spostamento del baricentro del M5s a Sud si è accentuato. Il vicepremier, campione di preferenze a Pomigliano, ma anche gli altri big del Movimento - dai romani Di Battista e Taverna al napoletano Fico -, e in fondo anche il premier Giuseppe Conte, pugliese, sono espressione del Mezzogiorno che chiede allo Stato soluzioni ai propri problemi. Innanzitutto sul fronte del lavoro. L'approccio grillino al tema della flessibilità, sfociato nel decreto Dignità con l'irrigidimento della norme sui contratti a tempo, ha creato una rivolta nelle imprese concentrate soprattutto nel Nord, e un grosso problema ai governatori leghisti come Luca Zaia, che hanno chiesto a viva voce (ma invano) di cambiare rotta sul dl. Si è consumato anche una divisione sull'assegnazione della delega sui fondi comunitari, ovvero sulla montagna di soldi che l'Europa destina alle regioni meno sviluppate, quindi al Sud italiano. La delega la voleva il professore Savona, ministro per i rapporti con la Ue voluto da Salvini, ma proprio quella delega la pretende la ministra del Sud, la grillina Lezzi. Ma i veri nodi, anche sull'asse Nord-Sud tra Lega e M5s, verranno fuori con la manovra finanziaria di autunno.

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