"La censura di oggi? Gli algoritmi dei social"

La censura di oggi? Gli algoritmi dei social
8 Settembre Set 2018 08 settembre 2018

Lo storico americano: "Non va banalizzata Ma questi media possono essere un pericolo"

nostro inviato a Mantova

Si può chiedere a Robert Darnton, prima professore di Storia a Princeton e ora emerito a Harvard, grande esperto del '700 francese, direttore della Biblioteca universitaria di Harvard, che cosa sia la censura? Sì e no. No, perché lui dice di essere «uno che non crede molto alle definizioni», piuttosto ama lavorare «come un antropologo che va sul campo, nella giungla»; dove la giungla, nel suo caso, sono gli archivi storici. Sì, perché il suo libro più recente, I censori all'opera (Adelphi) - di cui parlerà oggi a Mantova al Festivaletteratura (ore 12,15), oltre che di Illuminismo, rivoluzione francese, libelli, storia e futuro del libro e tutto quanto può scaturire dalla sua cultura smisurata - è proprio il resoconto di quanto l'antropologo in questione ha scoperto, considerando il fatto che la censura «varia nel tempo e nei luoghi, ed è un ingrediente dei sistemi totalitari». Darnton ne ha considerati tre: «La Francia del '700, l'India sotto l'Impero britannico nell'Ottocento e la Repubblica democratica tedesca».

Professor Darnton, il sottotitolo del libro è: Come lo Stato ha modellato la letteratura.

«La letteratura non è qualcosa di puro: è un corpo vivente, che si evolve, e la censura ne è parte. Io volevo addentrarmi proprio nel modo in cui i censori operano e pensano. È un dialogo».

Che cosa l'ha sorpresa di più?

«Il caso della Ddr, perché ho potuto conoscere due di questi censori. Nel 1989-90 ero a Berlino e alcuni scrittori mi chiesero se volessi conoscere dei censori veri. E io: accidenti, certo».

Come andò?

«Fu un incontro straordinario. Non avevano mai visto un americano, per loro ero uno strano animale... Non erano mai neanche stati a Berlino Ovest: la Ddr era l'Ancien régime del comunismo. Io volevo capire questo mondo».

Che cosa le dissero?

«Erano un uomo e una donna. Lui mi disse subito: Nel tuo Paese c'è la censura. È il mercato. Io conoscevo questa argomentazione, quindi gli chiesi: Ma per te, che sei un censore, che cos'è la censura?».

Risposta?

«Una sola parola: pianificazione. In uno Stato socialista, la letteratura deve essere pianificata come ogni altra cosa. È ingegneria sociale».

E quali libri pianificavano?

«Tirò fuori un documento dalla scrivania, con tutti i libri pianificati per il 1990. Io mi aspettavo racconti di una classe operaia trionfante che si godeva il paradiso socialista».

Invece?

«C'erano molti romanzi kitsch, rosa, di fantascienza, gialli... I gialli erano un problema, perché lì non potevano accadere crimini: quindi erano ambientati in Germania Ovest, o meglio negli Stati Uniti, il mondo decadente della criminalità».

I libri proibiti quali erano?

«Kafka, Nietzsche, Schopenhauer, Freud. Ma i censori insistevano che la loro preoccupazione fosse la buona qualità della letteratura».

Era così?

«Dovevo controllare. E l'ho fatto, negli archivi del Partito comunista. Sono entrato in quel luogo, vicino ad Alexanderplatz, ed ero quasi intimorito... Per me era incredibile, pensavo che la Guerra fredda non sarebbe mai finita. E invece ecco di nuovo quello strano animale a spulciare fra centinaia e centinaia di scatoloni».

Che cosa ha scoperto?

«Emergeva chiaramente quanto fosse oppressivo il sistema: per la sua complessità, le complicità, i compromessi e le negoziazioni richieste agli autori su ogni frase, ogni capitolo. E, soprattutto, per l'autocensura, la forma più insidiosa di tutte».

Non c'era neanche da tagliare.

«Le chiamano le forbici nella testa o, come diceva un autore di noir, c'è sempre un omino verde nell'orecchio che mi dice: sei sicuro di voler scrivere proprio questo? Passerai dei guai».

Era così per tutti?

«I memoir di Solzenicyn o di Kundera mostrano quanto fosse comune questo sentire, per cui la censura diventa parte di te: e questo corrompe la letteratura, più del taglio di una frase».

Oggi c'è la censura?

«Sì. Però è complicato. Si può dire che tutto è censura: ogni cosa che diciamo è stata filtrata nella nostra testa. Ma io non condivido questa visione».

Perché?

«Banalizza la censura. Se è così, la censura è ovunque, è tutto; e allora non è niente. Invece io ho incontrato i censori, e gli scrittori vittime della censura, che hanno sofferto a causa di essa. Lego la censura al controllo dello Stato. E rifiuto la visione che la censura sia tutto, incluso il mercato. Diverso è il discorso sui social media».

Sono un pericolo?

«Io parlo di letteratura, però sono d'accordo che queste forme di comunicazione pongano un pericolo per la democrazia. Il 46 per cento della popolazione negli Usa legge le notizie sui social, Facebook innanzitutto. Ma chi scrive queste notizie? Da chi proviene il messaggio? Da persone comuni, non da reporter. E c'è un altro problema».

Quale?

«Gli algoritmi attraverso cui operano i social rafforzano i preconcetti e i pregiudizi dell'utente: è un circolo vizioso, per cui non si ottengono mai informazioni al di fuori di questo cerchio. Le persone non hanno mai una versione diversa di quanto accaduto».

Il politicamente corretto è una forma di autocensura?

«In parte sì, certo. Però questa visione non tiene conto della reale pressione dello Stato nei sistemi organizzati di censura: un controllo profondo, insidioso, che ti rende prigioniero del sistema stesso. È vero, c'è il conformismo, che poi è il politicamente corretto - ad Harvard ce n'è moltissimo - ma non è paragonabile con il mondo dei gulag».

Si crede che i censori siano stupidi e ottusi, ma lei smentisce.

«Li ho conosciuti. I tedeschi erano ben istruiti, molto intelligenti, scrivevano bene e conoscevano Goethe e Schiller alla perfezione. I censori della Francia del '700 erano orgogliosi di fare il loro lavoro per il Re, e credevano di elevare la qualità delle opere letterarie».

Una censura «in positivo»?

«Spesso si rifiutavano di approvare opere ortodosse, ma scritte male. Perfino Goebbels, che era un mostro, era un mostro acculturato».

Da direttore della Biblioteca di Harvard, qual è la cosa più importante che fa?

«È la più grande biblioteca universitaria del mondo: in realtà sono 73 biblioteche e raccoglie 20 milioni di libri. Una responsabilità enorme. Il mio obiettivo è aprirla al resto del mondo, e non riservarla alle élite».

Come?

«Dal 2010 abbiamo iniziato a creare la Digital Public Library of America, una biblioteca digitale aperta a tutti e gratuita. E non controllata da Google».

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