"La Rete non è armonia: sui social si combatte la guerra civile di oggi"

La Rete non è armonia: sui social si combatte la guerra civile di oggi
12 Settembre Set 2018 12 settembre 2018

Lo storico che vive e insegna nella Silicon Valley spiega la eterna lotta fra "La Piazza e la Torre"

nostro inviato a Cernobbio

Quando Niall Ferguson ha scritto il suo ultimo saggio - La Piazza e la Torre, edito in Italia da Mondadori - non aveva già in mente un titolo. Pensava a Reti e gerarchie ma poi, guardando le riproduzioni degli affreschi del palazzo pubblico di Siena che aveva davanti agli occhi nel suo studio, si è reso conto che quella tra la piazza del popolo e la torre del potere gerarchico era l'immagine perfetta. In piazza del Campo ci si incontra, si stringono accordi, si fanno affari, si complotta. Lontano dalla Torre del Mangia dove stanno arroccate le élite, l'establishment, il potere. Che rischia di saltare quando la piazza, il social network del Medioevo, prende il sopravvento creando il «caos connesso». Se tra la Piazza e la Torre è stata sempre la seconda, cioè la gerarchia, ad esser prevalente, nell'età contemporanea i ruoli si sono rovesciati: le strutture verticali, a cominciare dagli Stati nazione, perdono potere e influenza, mentre le trasformazioni sociali ed economiche più dirompenti sono figlie delle reti digitali. Scozzese di nascita, inglese di formazione e americano di adozione - si è trasferito con la famiglia nella Silicon Valley -, Ferguson ha insegnato a Harvard, ora a Stanford e può essere definito uno dei maggiori storici del mondo anglosassone. Tra i relatori del primo simposio che ha venerdì scorso ha aperto i lavori del Forum Ambrosetti a Cernobbio dedicato alle sfide globali del futuro e agli impatti sull'economia, si è preso una pausa dal lavoro sul prossimo libro, una biografia imponente di Henry Kissinger.

Nel suo ultimo racconto, che comincia nella Mesopotamia del 2000 avanti Cristo, si spinge fino a una rilettura della storia degli ultimi seicento anni come un'alternanza tra ere dominate dalle gerarchie del potere temporale e periodi nei quali prevale la forza delle reti sociali. Reti che, spiega Ferguson al Giornale in una pausa dei workshop Ambrosetti a villa d'Este, «sono le strutture naturali che gli esseri umani hanno sempre creato, ben prima di internet».

Quali sono stati i momenti-chiave della storia che hanno visto le gerarchie cedere il passo alle reti, ovvero la piazza buttare giù la torre?

«Sono due. Quando Johannes Gutenberg ha inventato la stampa intorno alla metà del Quattrocento e quando è emersa la civiltà di internet che sul mondo ha avuto lo stesso effetto. La Silicon Valley ha aperto la strada a rivoluzioni delle reti che prima erano impossibili».

La prima, come ricorda nel suo saggio, ha aperto la strada alla Riforma luterana. L'Illuminismo, la rivoluzione americana e quella francese vengono dalla stessa matrice, reti basate su idee trasmesse con parole stampate. Quali saranno le conseguenze ora che la piazza è tornata rilevante?

«La Brexit, ad esempio, è stata la vittoria della Piazza sulla Torre. Il mondo connesso non è un'armoniosa comunità globale dove tutti condividono tutto allegramente. Il passato ci insegna che se si creano piattaforme per fare rete, dando alle persone il potere di condividere le idee anche quelle più folli, ci sarà inevitabilmente una polarizzazione. Del pensiero e del linguaggio. Che sta diventando sempre più violento. Perché le dimensioni della nuova Piazza sono senza precedenti, sui social scrivono e commentano miliardi di utenti. A una velocità supersonica, in termini di circolazione e diffusione. Gli effetti possono dunque essere più violenti rispetto a cinquecento anni fa. Lo vediamo già adesso, la guerra civile si sta combattendo su Twitter, su Youtube e su Facebook».

In questa sorta di economia di sorveglianza come reagiscono gli accademici?

«Quando gli accademici si lamentano sdegnosamente del populismo intendono spesso le obiezioni di buon senso della gente comune alle folli idee degli accademici. Gli stessi campus universitari americani sono diventati una bolla liberal, gli avversari sono tutti fascisti, razzisti o suprematisti bianchi. Non è un caso se si cominciano a leggere articoli anonimi anche sul New York Times. Così però si riduce la diversità intellettuale, se mi etichetti mi cancelli».

Donald Trump per come è arrivato alla casa Bianca sembra il frutto della vittoria dei network sulle gerarchie, può essere considerato il leader di una controrivoluzione?

«Trump è arrivato al potere in un momento chiave ma non credo abbia la forza e l'acume per svolgere un simile ruolo. Il Trumpismo si misura però con strutture istituzionali federali e con lobby solide. E poi la battaglia in Usa si combatte tra la Silicon Valley e la Left Wing, la Casa Bianca. Zuckerberg versus Trump».

Tra letteratura e politica: chi descriverebbe meglio Donald Trump, William Shakespeare o Tom Wolfe?

«Tom Wolfe, sicuramente. Se Shakespeare ascoltasse la storia di Trump direbbe: no grazie, questo non fa per me. Meglio Nixon, lui sì che era un personaggio shakespeariano, distrutto da se stesso come Macbeth, Trump no».

E per raccontare l'Italia di oggi, quella di Salvini?

«Per lui userei il melodramma, forse una grande opera di Verdi?»

Il Requiem?

(Ride). «Meglio La forza del destino. Di certo non Puccini. Il teatro, che spesso coincide con la propaganda, non è la realtà. Ma quello che io chiamo il teatro del populismo ha palchi diversi, a seconda che si guardino gli Usa, l'Europa o l'Italia. Nel Vecchio continente, rispetto agli Usa, la debolezza delle élite e la fragilità delle istituzioni sono maggiori. La situazione italiana mi evoca anche il Gattopardo, tutto cambia perché nulla cambi. Continuità e rottura, populismo e tecnocrazia convivono. Del vostro governo, oltre a Salvini e Luigi Di Maio fanno parte per esempio il ministro dell'Economia Giovanni Tria e il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi».

Quindi molto rumore per nulla, come direbbe Shakespeare?

«Non possono fare niente. L'Italexit sarebbe la fine dell'Unione europea. Non posso credere che la middle class del Nord che ha votato Salvini voglia diventare come l'Argentina».

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