Trappolone Diciotti. Ecco tutte le prove che inchiodano Malta

Trappolone Diciotti. Ecco tutte le prove che inchiodano Malta
14 Settembre Set 2018 14 settembre 2018

Aveva assunto per prima il coordinamento ma poi ha ignorato tutte le richieste italiane

I video che riprendono le motovedette maltesi mentre scortano il barcone dei migranti verso Lampedusa. Gli accesi scambi di mail fra il Centro di soccorso di Roma e la Valletta. La sequenza ora per ora dal 14 al 17 agosto, che ha provocato il caso Diciotti. Il Giornale è in grado di ricostruire nei dettagli il «trappolone» messo in piedi da Malta.

Tutto inizia alle ore 11.13 del 14 agosto quando un velivolo della missione europea Sophia informa libici, maltesi e italiani di un barcone zeppo di migranti a 40 miglia dalle coste di Tripoli. La Guardia costiera libica fa salpare una motovedetta, che però si guasta e deve rientrare in porto. Alle 20.27 la Libia chiede a Malta, dove si sta dirigendo il barcone, di intervenire. La mattina dopo, il 15 agosto alle 8.53, La Valletta assume «il coordinamento del soccorso in seguito ad avvistamento del barcone da parte di unità aeronavali». I migranti si trovano a 50 miglia da Malta, diritti a nord verso l'isola stato, ma 100 miglia a sud est di Lampedusa. Da questo momento scatta il «trappolone». Due ore dopo un aereo della missione Sophia avvista il barcone, che ha cambiato rotta verso Lampedusa. Alle 14 l'ufficiale di collegamento della flotta europea informa gli italiani che un «pattugliatore P52 (maltese) è molto vicino al barcone e lo sta scortando» verso l'Italia. Alle 19 la missione Sophia fa notare via mail a La Valletta che «vicino al barcone sono presenti due motovedette e un gommone», le unità maltesi P52 e P61. Tra le 18.15 e le 19.50 un aereo della Guardia costiera italiana sorvola la zona e filma le due motovedette poco distanti (5 miglia) dal barcone, come se lo scortassero fuori dalle proprie acque di ricerca e soccorso. I video sono stati consegnati alla magistratura che indaga sul caso. Dalle 15 di Ferragosto fino al recupero dei migranti da parte di nave Diciotti, la Valletta «ignora le richieste del Centro di coordinamento di Roma, più volte reiterate, per sapere se stesse soccorrendo i migranti».

Alle ore 03.04 del 16 agosto Malta comunica a Roma «che ha rifornito i migranti con cibo, acqua e mezzi di salvataggio». E che vogliono proseguire verso Lampedusa. Guarda caso 16 minuti dopo i migranti contattano via telefono satellitare il Comando della capitaneria di porto «riferendo che la situazione a bordo si è aggravata a causa del fatto che il barcone si è fermato e comincia ad imbarcare acqua». Il natante si trova ancora a 4 miglia dall'area di soccorso italiana. I maltesi continuano ad ignorare le richieste italiane di intervento a tal punto che un nostro operatore sbotta al telefono: «Possono affondare perché state dormendo?». Alla fine la Guardia costiera italiana è costretta ad intervenire per evitare un naufragio.

Il 16 agosto si scatena la «battaglia» verbale via posta elettronica. Gli italiani chiedono a Malta «di indicare un porto sicuro per sbarcare» i migranti soccorsi (190 in tutto). I maltesi replicano ribaltando la frittata: «Il vostro intervento in alto mare è stata un'intercettazione ingiustificata (.) non c'era un pericolo grave ed immediato» il barcone «era monitorizzato dalle nostre unità ()» e comunque «il porto sicuro più vicino è Lampedusa». Il comando dei soccorsi di Roma ribatte a muso duro: «Per oltre 12 ore due mezzi navali maltesi hanno semplicemente scortato il barcone (sovraffollato ed in pericolo) in direzione dell'isola di Lampedusa fornendo acqua, cibo e giubbotti di salvataggio». Alle 12.54 del 17 agosto i maltesi ripetono che i migranti vanno sbarcati in Italia secondo i regolamenti Ue.

Alle 22.44 Roma torna all'attacco: «Definite e assegnate senza indugio un porto di sbarco per nave Diciotti». La Valletta non risponde, l'unità deve far rotta verso la Sicilia ed il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, finisce sotto inchiesta.

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