Scendiamo da questo taxi

Scendiamo da questo taxi
15 Settembre Set 2018 15 settembre 2018

Non bisogna confondere il «ducettismo» col mussolinismo, come ha fatto invece il superficiale Pierre Moscovici. Il «ducettismo» è una forma retorica della politica: se uno si va a ripescare antichi discorsi di Sandro Pertini o del sindacalista Di Vittorio, può farsene un'idea. Mussolini retoricamente sosteneva di non aver inventato il fascismo già insito nel carattere degli italiani, ma di averlo solo vestito e calzato. Il «ducettismo», che era caratteristico anche di Craxi e di Fanfani, è una retorica teatrale che colpisce perché esprime intransigenza tassativa, idee semplici e chiare con un pizzico di vanità. Piace a tutti gli arrabbiati in attesa dell'angelo vendicatore ed è la forma di espressione più usata da Matteo Salvini che acchiappa moltissimo ma è un colorante teatrale innocuo per la democrazia. Ciò che invece non è affatto innocuo per la democrazia è l'infantilismo punitivo, aggressivo e primitivo dei pentastellati, dal nicaraguense Dibba al ripetitivo Toninelli, fino al sociologo De Masi che predica contro la modernità indicandoci con rabbia la via delle caverne. Costoro non vogliono governare l'Italia ma resettarci come un vecchio computer e insegnarci il bene e il male secondo il manuale dei loro stregoni. Non sanno nulla, non hanno visioni del futuro, sbagliano i verbi e le date, non sanno fare le aste e ignorano le tabelline. Salvini li usa come un taxi. Speriamo che non ci porti a sbattere ma ci piacerebbe tanto scendere.

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