Hemingway-Gellhorn un amore senza "Fiesta"

Hemingway-Gellhorn un amore senza Fiesta
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19 Settembre Set 2018 19 settembre 2018

Fra lo scrittore e la sua terza moglie la competizione prese il posto della passione. E a vincere fu Ernest

«Quando tu eri giovane - scrisse un giorno Edna Gellhorn alla figlia Martha - ciò che ti interessava era la Francia e tu scegliesti (o fosti scelta da) il più rappresentativo dei francesi che ci fosse a disposizione. Poi ti venne l'interesse per la scrittura, e così scegliesti (o fosti scelta da) quello che ritenevi fosse il miglior scrittore in circolazione. In guerra ti concentrasti sul coraggio e scegliesti (o fosti scelta da) quello che forse era considerato il più coraggioso di tutti». In queste brevi considerazioni materne sono racchiusi un carattere e un modo di essere, e vale la pena di spiegarli meglio.

Il «francese» si chiamava Bertrand de Jouvenel ed era effettivamente il concentrato di ciò che la Francia tra le due guerre potesse offrire al meglio, ma anche al peggio. Era nobile, figlio di un marchese, era bello, era disinibito. A sedici anni era andato dall'amante del padre, la scrittrice Colette, con il nobile proposito di difendere l'onore della madre. Come risultato c'era finito a letto ed era divenuto lo «Chéri» famoso del romanzo omonimo. Bellezza e disinibizione non significavano tuttavia fatuità e Bertrand de Jouvenel fu in quegli anni un intellettuale di fama e di talento, giornalista politico e agitatore, uomo di sinistra, ma tentato dalla destra, fautore dell'intesa tra Francia e Germania. Martha se ne innamorò, o sarebbe meglio dire che decise di erigerlo a suo «eroe» che era intorno ai vent'anni, e lui era già sposato, rimase incinta, abortì, lasciò credere che ci fosse stato un matrimonio, ne utilizzò le numerose entrature nella vita politica e giornalistica per muovere i primi passi nella carriera. Bertrand disse che c'era in lei una combinazione fatta di «profonda rabbia contro l'ingiustizia, l'imbecillità e la debolezza, ma senza una reale compassione» e il giudizio è perfetto, perché la Gellhorn fu una furiosa assertrice dei diritti civili, sempre lancia in resta contro tutto quello che le sembrava sbagliato, ma non riuscì mai a trasformare questo astratto impulso intellettuale in qualcosa di sentimentalmente più profondo.

Come le dirà una volta Ernest Hemingway, «ami l'umanità, Martha, ma il tuo problema è che non sopporti la gente». Ovvero «fai sempre ciò che ti pare, come una bambina viziata. E sempre però per i più nobili motivi». De Jouvenel, dunque, fu la porta d'ingresso nel bel mondo delle relazioni internazionali, così come appunto Hemingway, «il miglior scrittore in circolazione», lo fu nel campo della carta stampata e dell'editoria. Quanto al terzo soggetto delle considerazioni materne, si trattò di James Gavin, a 36 anni il più giovane generale americano, il capo della 82ª aerobrigata, la Sicilia, la Normandia, le Ardenne come campagne militari. Per raccontare bene la guerra, Martha aveva bisogno di un guerriero.

Tre personalità d'eccezione significano, in qualche modo, una donna d'eccezione più che una semplice collezionista di celebrità o un'arrampicatrice sociale. E indubbiamente Martha Gellhorn lo era. Bella, di una bellezza cinematografica, bionda, magra, gambe lunghe, naturalmente elegante, non aveva però nulla di quelle caratteristiche femminili che di solito a quel tipo di bellezza fanno corona: la ricerca delle comodità, del riconoscimento in società, il piacere del lusso, l'agiatezza. Non era, insomma, sotto questi aspetti, comprabile, il che vuol dire che non era in vendita.

Di quei tre nomi prima ricordati, l'unico che continui a brillare di luce diffusa è l'autore di Fiesta e non sorprende che chi ancora si interessa alla Gellhorn, che resta la più brava reporter di guerra del Novecento, non ne possa prescindere. Si incontrarono nel 1936, divennero amanti l'anno dopo, Hemingway divorziò per lei e la sposò nel 1940, per poi divorziare da lei quattro anni dopo... Aveva la sindrome del matrimonio, Ernest, retaggio di un'educazione cattolica che non contemplava le gioie del peccato se non attraverso i dolori dell'espiazione. Il tradimento, insomma, andava redento e santificato attraverso il sacramento e infatti nell'arco di vent'anni saranno quattro le signore Hemingway...

Alla prima, Hadley Richardson, Paula McLain ha dedicato anni fa una biografia romanzata, Una moglie a Parigi, di grande successo. Adesso la sua attenzione si è spostata, appunto, sul sodalizio Hemingway-Gellhorn, di cui Amore e rovina (Neri Pozza, pagg. 414, euro 18, traduzione dall'inglese di Francesca Cosi e Alessandra Repossi) è la libera ricostruzione. Le biografie romanzate, in cui l'io di chi scrive prende il posto del soggetto di cui si scrive sono un genere ibrido e infido, stretto fra la necessità di attenersi al vero e il desiderio di trasformare il falso in verità narrativa. Per quanto si sia bravi, e la McLain lo è, lasciano sempre chi legge nel dubbio su come siano andate veramente le cose e con l'impressione della caricatura, per eccesso e/o per difetto di caratterizzazione, quanto ai personaggi narrati. Nel caso in questione, trattandosi di due caratteri «esplosivi», il rischio è sempre in agguato e non sempre la McLain riesce a evitarlo.

Il fatto è che, nella vita reale, se qualcuno, anche innocentemente, ricordava a Martha Gellhorn il suo matrimonio con Hemingway, la conversazione si interrompeva e l'interlocutore diveniva un nemico con cui non avere più niente a che fare. Quando i due si erano sposati, Ernest era un'assoluta certezza come scrittore e Martha una brillante promessa come giornalista. Il matrimonio, lo abbiamo visto, durò una manciata d'anni, sufficiente per confermare la fama del primo, ma anche per modificare lo status della seconda: la guerra di Spagna e poi la Seconda Guerra Mondiale le diedero infatti il palcoscenico dove affinare uno stile e un modo di raccontare in cui c'erano, nettamente distinti, il bene e il male, gli eroi e le carogne, e l'inviato speciale era l'alfiere di un'idea e di una causa. Così Hemingway si ritrovò un concorrente in famiglia e per di più una moglie che non stava mai in casa; e tuttavia la Gellhorn si rese conto che quella concorrenza rimaneva perdente nel momento in cui cercava di passare dalla realtà alla fantasia, dal racconto dei fatti, sia pure interpretato, alla loro rielaborazione e/o invenzione, e quindi al romanzo, sua grande e insoddisfatta ambizione: i caratteri rimanevano stereotipi, i dialoghi erano proclami, l'ego dell'autore si rivelava imbarazzante...

Al confronto, l'ombra del marito si stagliava gigantesca, la condizionava nella scrittura e, in fondo, la schiacciava. Dall'ammirazione alla competizione, il passo è breve, dalla competizione all'odio è impercettibile. Martha sarà l'unica fra le donne amate di cui Hemingway parlerà con rabbioso disprezzo, «una iena» nel ricordo. Ernest l'unico uomo che Martha abbia cercato di cancellare dalla mente, «uno sgradevole mitomane». La verità è che erano tropo simili perché potesse funzionare: entrambi egocentrici, egoisti, egotisti.

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