Pasternak-ivago e quel poetico "senso di colpa"

Pasternak-ivago e quel poetico senso di colpa
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26 Settembre Set 2018 26 settembre 2018

Il saggio di Pierluigi Battista

Non sarà bello dirlo, ma possiamo dirlo: quella volta aveva ragione Stalin. Sì, aveva ragione Stalin quando definì Boris Pasternak «abitante delle nuvole». I dittatori sono sempre un po' più avanti rispetto ai loro stessi regimi, o se non altro meno indietro, meno stupidi, non dovendo render conto ad alcuno. Accadde anche per Iosif Vissarionovic Dugavili nei confronti di quel poeta autocritico, di quel seduttore traditore, di quel compagno che sbagliava... C'è un momento, nella vita di Pasternak, in cui il paradosso diventa chiave di lettura per tutto ciò che è stato prima e che sarà poi. È quando, nel 1934, riceve una telefonata da Stalin. Il paradosso è in queste parole: «Ma perché voi, Boris Leonidovic non vi siete rivolto alle organizzazioni degli scrittori, o a me, per intercedere per Mandel'tam? Se io fossi un poeta e ad un mio amico fosse capitata una disgrazia, mi arrampicherei sui muri per dargli una mano». Infatti Mandel'tam, per colpa di un dissacrante epigramma (non scritto) su Stalin medesimo, era infatti nei guai, e qui Stalin accusa Pasternak di non essersi adoperato a sufficienza per salvare il suo amico!

L'episodio è riportato in Il senso di colpa del Dottor ivago (La nave di Teseo, pagg. 96, euro 8, da domani in libreria) di Pierluigi Battista, aureo libretto che esamina il caso Pasternak lasciando giustamente da parte l'incenso, tipico ingrediente delle messe laiche cantate in onore del premio Nobel 1958, preferendo aerare il locale prima di soggiornarvi. Facendo cioè entrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta a far data del 1957, quando il Grande Romanzo venne pubblicato da Feltrinelli e, a stretto giro di posta, nel resto del mondo (Urss, ovviamente, esclusa). L'indesiderato e ingombrante ospite, il motore che aziona quel libro epocale, è proprio il senso di colpa del titolo, maturato da Pasternak nei confronti di chi gli era stato vicino, lo aveva sostenuto, stimato, difeso, amato ricevendo da lui meno di quanto avrebbe meritato. Battista stila l'elenco partendo dalla fine, cioè dall'arresto di Olga Ivinskaja (la vera Lara del dottor ivago-Boris) e di sua figlia Irina il 16 agosto 1960. «Tutto questo è tuo, Lëljuska. Nessuno sa che sei stata tu a fare tutto questo, io ti devo tutto», c'è scritto su un biglietto di accompagnamento del manoscritto originale. Ergo, secondo l'ottuso (o manipolatore?) regime, è lei, quella strega, ad aver dato alla luce l'opera disfattista, non il povero poeta ingenuo... Ma prima era toccato ad altri subire l'effetto-Pasternak. A Marina Cvetaeva, a Vsevolod Mejerchol'd, ad Anna Achmatova, al citato Mandel'tam, autore della più amara battuta sul destino dell'arte calpestata dagli scarponi sovietici: «solo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome».

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