Così il genio (totale) di Warhol plasmò la rivoluzione anni '80

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28 Settembre Set 2018 28 settembre 2018

Rock, pop, arte, star system e comunicazione: in mostra a Bologna le opere in cui emerge di più l'influenza di Andy

Gli anni Ottanta, lungi dall'essere un deserto culturale, sono stati un laboratorio fenomenale sotto ogni punto di vista, soprattutto negli Stati Uniti. In quel periodo, Ronald Reagan metteva in ginocchio l'Unione sovietica senza sparare un colpo e avviava un processo di deregulation per liberare il mercato dall'abbraccio soffocante della burocrazia. In Europa, Margaret Thatcher sembrava fare eco a Reagan. Il decennio si concluse con la caduta del muro di Berlino (1989).

In campo artistico, Andy Warhol (1928-1987) era ancora il personaggio più influente e ben retribuito al mondo. Il 3 giugno 1968 la femminista Valerie Solanas spara tre colpi di pistola. Warhol si salva per miracolo. Dopo anni difficili, negli Ottanta Warhol si riprende lo scettro di guru. Per primo capisce: lo sviluppo dei media; l'invasione delle celebrità; la mancanza di interesse verso la privacy; la democratica possibilità, per ognuno di noi, di essere famosi almeno per quindici minuti; l'arte contemporanea come forma di investimento e status symbol. Chissà come avrebbe reagito alla nascita dei social network. Oltre alla capacità di interpretare il mondo della comunicazione, c'erano le opere dell'artista. Le sue opere sembrano facili e sono invece un complesso tentativo di capire cosa siano gli oggetti e le immagini che fanno parte del quotidiano o dell'immaginario. Per questo Warhol passava dalle sedie elettriche alle icone come Elvis Presley o Leonardo da Vinci.

Una felice sintesi di questo cammino è offerta dalla mostra Warhol&Friends. New York negli anni Ottanta (da oggi fino al 24 febbraio a Bologna, Palazzo Albergati). Per capire Warhol, il curatore Luca Beatrice va oltre Warhol stesso, con opere di Keith Haring, Jean Michel Basquiat, Jeff Koons, Francesco Clemente, Julian Schnabel e un importante bagaglio fotografico newyorchese a corredo. La mostra propone un Warhol che lavora come gli artisti rinascimentali. La Factory è la sua bottega, aperta a chiunque abbia progetti creativi. Andy non si limita a essere un artista. È anche un promoter e un produttore. Una delle sue scoperte è il rock alternativo con pretese artistiche. I Velvet Underground di Lou Reed e John Cale muovono i primi passi grazie ad Andy che impone loro una cantante (Nico) e poi regala loro una copertina, la famosa banana destinata a finire appesa nelle gallerie dei musei. Reed però ha una forte personalità: lentamente estromette Warhol e la sua creatura Nico. I Velvet sono il giocattolo di Lou Reed. Dopo il secondo, selvaggio album, White Light White Heat, Reed caccia John Cale. I due smettono di parlarsi. La riconciliazione avviene in seguito alla morte di Warhol. Uno choc così forte da indurre Cale e Reed a scrivere e incidere l'album Songs for Drella (1990). Un tributo alla vita e alle opere di Warhol, per gli amici Drella, soprannome che unisce le due anime di Andy, Dracula e Cenerentola (Cinderella per gli americani). Ma sono molti i musicisti che devono qualcosa a Warhol. Ad esempio David Bowie, che non riuscì mai a legare veramente ma scrisse Andy Warhol. Oppure i Rolling Stones, che gli debbono due splendide copertine, quella di Sticky Fingers con la lampo dei jeans in primo piano e quella di Love You Live, un ritratto ad alto tasso erotico di Mick Jagger.

L'impatto di Drella sulla musica è incalcolabile. Grazie a lui si fa strada l'idea che il rock possa essere considerato una forma d'arte. I Velvet Underground non riuscirono a sfondare ma sono il prototipo delle band alternative dei decenni successivi. Non si capisce altrimenti la foga sperimentatrice della New York sotterranea, che darà vita negli anni Ottanta a gruppi come Lounge Lizards o solisti come Glenn Branca. Roba fuori dagli schemi: jazz, contemporanea, rock, noise. Ma Warhol ha lasciato un segno indelebile anche nella musica da alta classifica: Madonna sembra incarnare alla perfezione lo star system immaginato da Warhol. E del resto Madonna frequentava la Factory con il fidanzato Basquiat. Ma non è finita qui, anche Patti Smith, con il fotografo Robert Mapplethorpe fa parte della New York di Drella. Insomma, l'influenza di Warhol va dalle cantine del rock agli attici del pop. Tutto è documentato nella mostra, che proprio per queste apparenti deviazioni si fa preferire ad altre esposizioni dedicate a Warhol, magari più ricche di pezzi (qui ci sono 36 opere e 38 polaroid di Drella) ma molto meno originali.

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