Piccoli assassini e grandi ipocrisie

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29 Settembre Set 2018 29 settembre 2018

Un'invasione di bambini criminali mette a nudo le debolezze degli adulti

Immaginate un misterioso gruppo di trentadue bambini assassini che arriva in un piccolo villaggio venezuelano, San Cristóbal, e semina terrore. Sembra la trama di un nuova serie di Netflix, invece è la storia di Repubblica luminosa, il nuovo romanzo di Andrés Barba (La nave di Teseo), talentuoso scrittore autore di cinque romanzi, un immaginifico Ballard spagnolo. Barba, al di là della vicenda, che procede con l'atmosfera di un horror, crea una situazione paradossale per far emergere le mille contraddizioni dei rapporti e dei sentimenti umani, e tutto questo dentro la quotidianità, perché «a volte si crede che per scendere nell'abisso umano occorra immergersi in un sottomarino, mentre poi ci si ritrova con lo scafandro dentro una vasca da bagno».

Questi bambini assassini portano terrore nella comunità, siccome «erano bambini, certo, ma non erano come i nostri bambini». In fondo è la reazione che abbiamo quando vediamo delle foto di bambini annegati durante un tentativo di sbarco di migranti: ci colpiscono, ma non come se fossero i nostri bambini. Ma non lo diciamo per ipocrisia. Nella comunità di San Cristóbal si fatica a gestire la situazione, perché appunto questi assassini sono bambini e i bambini dovrebbero essere buoni, e insomma «non rispondono al nostro mellifluo stereotipo sull'infanzia». C'è chi nega l'evidenza, mentre sui giornali si scatenano filosofi e sociologi, senza che nessuno venga a capo della situazione. Questo perché i bambini, in un senso o nell'altro, ci seducono, «e non è sempre facile determinare se ciò che ci minaccia abbia più influenza su di noi rispetto a ciò che ci seduce, la natura stessa di queste due cose a volte è contrapposta bensì quasi indistinguibile».

Ma una svolta importante del romanzo è quando i figli degli abitanti della comunità solidarizzano con i bambini assassini, fuggendo di nascosto per unirsi a loro, e gli adulti iniziano a diffidare dei propri bambini, guardandoli con sospetto, «come se gli uni fossero la versione negativa degli altri». Tutto questo nel bene e nel male, non cercate una morale univoca in questo romanzo che è anche un amaro trattato sull'infanzia, altrimenti sarebbe un romanzo minore, un romanzo di Erri De Luca o di Roberto Saviano. Invece, come scrive lo stesso Andrés Barba, è «come una favola con la morale in sospeso». Forse perché «la lotta per tentare di raccontare i sentimenti che proviamo ancora è la più commovente e inutile che ci sia».

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