"Combatto il crimine senza commissari"

Combatto il crimine senza commissari
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5 Ottobre Ott 2018 05 ottobre 2018

Nel thriller "La Lupa" l'ex questore di Foggia Piernicola Silvis racconta la mafia del Gargano

Piernicola Silvis, foggiano, 64 anni, «36 anni da poliziotto, in strada», numerosi incarichi da dirigente, «gli ultimi tre anni e mezzo da Questore di Foggia, la mia città» e, anche, romanziere. «Ho iniziato a 48 anni, mi sentivo pronto e ho provato. È andata bene». La Lupa è il suo quinto lavoro, il secondo pubblicato da Sem (pagg. 500, euro 18) dopo Formicae (2017): il protagonista, come nel romanzo precedente, è Renzo Bruni, poliziotto del Servizio centrale operativo, che dà la caccia a Diego Pastore, pedofilo psicopatico in fin di vita che, grazie alla mafia del Gargano e alla ferocissima Lupa (capoclan moglie di un boss latitante), riesce a evadere dall'ospedale.

Come nasce Renzo Bruni?

«In Formicae ho deciso di inventarmi la figura di un poliziotto: visto che conosco bene le procedure e il codice, mi sembrava assurdo continuare a leggere di poliziotti inventati da chi non lo ha mai fatto...».

Perché Foggia e il Gargano come sfondo?

«All'inizio il libro era ambientato a Casal di Principe. Poi mi sono detto: sei foggiano, sei stato questore, ne hai viste di tutti i colori e, soprattutto, molti non sanno che a Foggia c'è la malavita. Così ho provato a scrivere di Foggia, anche per fare in modo che il problema della città - la cosiddetta quarta mafia - sia conosciuto».

In effetti non è molto noto, rispetto ad altre mafie.

«Si dimentica che è una mafia di bombe, rapine, omicidi. Nel Foggiano non ci sono solo il Gargano, l'olio e la mozzarella ma una malavita che schiaccia il buono - che pure c'è, e vuole emergere».

Il protagonista si arrabbia quando si accomuna questa mafia alla Sacra Corona Unita.

«Mi è successo davvero che, in Commissione parlamentare, venissero confuse. Ho risposto: Guardate che ci sono 300 km di distanza. La Sacra Corona Unita è un fenomeno del Salento, quasi scomparso. Quella foggiana è una mafia totalmente diversa, e in espansione».

Chi la controlla?

«La Società foggiana, in città e la cosiddetta mafia dei montanari, nel Gargano, si stanno unendo: sono mafie violente, di kalashnikov, bombe e fucili a canne mozze. Quando ero questore, a Foggia c'era una bomba ogni venti giorni. Solo che tutti se ne fregano».

Perché Bruni si arrabbia se lo chiamano «commissario»?

«Perché il commissario per noi in polizia non esiste: è una figura romantica, letteraria... Lo so che è pieno di commissari a destra e a sinistra, ma non è realistico».

E la violenza così feroce e brutale, come nel libro, è reale?

«Diego Pastore e le sue perversioni sono fiction, però hanno basi reali. La scena iniziale di lupara bianca è forte ma io, per il lettore, non volevo qualcosa di soft».

Perché?

«Voglio farlo indignare. Chiunque legga quello che fa Pastore tende a odiarlo. E poi non volevo un effetto tale da spingere il lettore a identificarsi con i malavitosi».

Pensa a certe fiction?

«Bruni è uno tosto. Vorrei che chi legge si identificasse nel poliziotto, che dicesse: voglio essere come lui, non come quella feccia. Lui è il vero duro, il vero modello, non i malavitosi».

Descrive anche le caratteristiche del vero boss. Quali sono?

«Deve avere carisma e spietatezza. E deve essere falso, cinico: il boss è uno che ride con un amico e poi, appena questo esce, ordina di ucciderlo».

Perché lo fa?

«È questo che lo rende temuto. Il boss deve essere temuto non solo dai nemici: anche gli adepti devono avere paura di lui. E quindi deve essere falso».

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