Il Nobel per la Pace al medico Mukwege e alla yazida Murad

Il Nobel per la Pace al medico Mukwege e alla yazida Murad
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5 Ottobre Ott 2018 05 ottobre 2018

Il Premio Nobel per la Pace 2018 è stato assegnato al medico congolese Denis Mukwege e all'attivista yazida Nadia Murad, per il loro impegno contro l’uso della violenza sessuale come arma di guerra

C'era molta attesa per l'assegnazione del Nobel per la pace, che come ogni anno desta sempre curiosità e attenzione. E a volte polemiche (vedi Obama). Il Norwegian Nobel Institute di Oslo l'ha assegnato al ginecologo congolese Denis Mukwege e a Nadia Murad, vittima yazida dei crimini commessi dall'Isis in Iraq. Riconosciuta la loro lotta contro l'uso della violenza sessuale come arma di guerra.

Mukwege molte volte in passato c'era andato vicino. La sua vita, del resto, è costellata da almeno venti anni trascorsi aiutando le donne a riprendersi dalle violenze e dai traumi degli stupri nella Repubblica democratica del Congo orientale, devastata dai conflitti, come raccontato in esclusiva a Gli Occhi della Guerra nell'aprile del 2017. Murad, invece, è diventata un'attivista dopo che è stata liberata dalla prigionia: era stata rapita dai miliziani del sedicente Stato Islamico e tenuta come schiava del sesso.

Nelle motivazione del Nobel si legge che "Denis Mukwege è un medico che ha trascorso gran parte della sua vita aiutando le vittime delle violenze sessuali nella Repubblica democratica del Congo. Mukwege e il suo staff hanno curato migliaia di vittime". Mukwege "ha ripetutamente condannato l'impunità per gli stupri di massa e ha criticato il governo congolese e quelli di altri Paesi per non aver fatto abbastanza per fermare l'uso della violenza sessuale contro le donne come arma di guerra".

Murad è anche un simbolo. Con lei sono circa tremila le donne yazide che hann subito violenze da parte dei tagliagole dell'Isis. Murad, si legge nella nota degli organizzatori del Nobel, "è stata vittima e testimone degli abusi e ha dimostrato un coraggio raro nel raccontare le proprie sofferenze e parlare a nome di altre vittime".

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