La vita "bruciata" di James Salter. Dai caccia in Corea sino a Hollywood

La vita bruciata di James Salter. Dai caccia in Corea sino a Hollywood
5 Ottobre Ott 2018 14 giorni fa

Nel testo più biografico del grande scrittore tutti i suoi incontri. A partire da Sharon Tate. I ricordi spaziano dalla New York di Kerouac all'Italia di Pasolini

«Un romanzo che è in una certa misura, la storia di una vita: così il grande scrittore americano James Salter ha definito il suo Bruciare i giorni (in uscita per Guanda nella traduzione di Katia Bagnoli, pagg. 416, euro 20). Amato da Philip Roth, considerato un maestro da Richard Ford, elogiato da Julian Barnes, James Salter, morto a novant'anni nel Giugno del 2015, ci consegna delle pagine di rara poesia. Negli Stati Uniti c'è chi considera Bruciare i giorni come un memoir, chi una raccolta di racconti accomunati da una sola voce narrativa, chi il testamento di un uomo che ha cavalcato i cieli del 900 allo stesso modo in cui ha pilotato gli aerei da caccia nella Guerra di Corea.

In realtà Salter ci racconta così tante vite che ad ogni pagina si è presi dallo stupore: non soltanto perché, come ha scritto John Irving «ogni frase è intima e discreta» ma perché scopriamo tanti volti sconosciuti dello scrittore americano: flaneur impenitente, che si sposta tra New York, Parigi e Roma, sceneggiatore teatrale e cinematografico, uno scrittore sempre in forse circa la propria arte. Tra queste pagine leggiamo i ricordi di una vita non comune: dal college, dove frequenta Jack Kerouac e Julian Becq, sino alla leggendaria West Point (accademia militare che «non formava il carattere, lo esaltava»), la vita da ufficiale e la guerra («per molti anni ebbi incubi realistici come materiali cinematografici d'archivio»). Poi la Parigi degli anni '50, «questa Parigi in cui ti svegliavi ammaccato dopo notti straordinarie, nottate indelebili, le tasche vuote, le ultime banconote sparse per il pavimento, e così i ricordi».

Diventa amico dello scrittore e drammaturgo Irvin Shaw («ci sono degli uomini che sembrano essersi impadroniti del tronco della vita, e lui era uno di questi»). Poi la Roma di Laura Betti, di Pasolini, di Moravia, di Fellini, di Zavattini («lo sceneggiatore più importante del Dopoguerra ma che era scoraggiato quando ripeteva sempre che il cinema aveva fallito»). Una Roma che Salter descrive come «una città di una decrepitezza senza pari, una città corrotta, fiorente nei secoli: niente che fosse stato così spesso tradito poteva conservare un briciolo di illusione». Poi l'incontro con Robert Redford, al quale Salter aveva proposto di interpretare una sceneggiatura, che lo presenta a Polanski. Un Polanski già raccontato mille volte, ma che Salter riesce a descrivere nel «dramma della monotonia di essere sempre e solo se stesso». Perché Salter è capace di andare oltre il (pre)giudizio perché, come scrive, «i poeti, gli scrittori, i saggi e le voci del loro tempo, formano un coro e l'inno che condividono è lo stesso: grande e piccolo sono uniti, il bello vive, il resto muore, e niente ha senso a parte l'amore e quel poco che il cuore conosce».

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