La carica dei 47 convocati del Mancio Il record è suo, i perché di una rivoluzione

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11 Ottobre Ott 2018 11 ottobre 2018

Meno italiani in serie A e nessun «blocco». C'è il coraggio ma i risultati...

La missione di Roberto Mancini, lo ha detto nel primo giorno da ct, è quella di riportare la Nazionale dove merita, sul tetto al mondo. Al momento ci si accontenterebbe di quello d'Europa: Nations League a parte, il campionato continentale è l'appuntamento importante più ravvicinato. Prima da conquistare, poi eventualmente da provare a vincere. «Da una grande delusione possono nascere grandi trionfi, i giocatori devono ricominciare a sognare, deve essere l'Italia della rinascita», il motto del Mancio.

Per tornare grandi, serve una rivoluzione. Di uomini e moduli, alla ricerca del mosaico ideale. E in questo Mancini ricalca le orme di altri due ct rivoluzionari della storia azzurra: Fulvio Bernardini, che raccolse l'eredità di Valcareggi dopo il fallimento al Mondiale del 1974, e Arrigo Sacchi, che sostituì Vicini a causa della mancata qualificazione a Euro 1992. Ma il tecnico di Jesi è andato anche oltre nei numeri. Confrontando infatti i convocati per le prime sette partite, l'attuale ct dell'Italia ha già coinvolto nel suo progetto 47 giocatori (37 impiegati). Bernardini e Sacchi erano arrivati a 41 (rispettivamente 34 e 32 utilizzati), numero enorme per epoche fatte di blocchi - juventino con «Fuffo», milanista-parmense in quelli dell'Arrigo di Fusignano - e, almeno nella seconda metà degli anni '70, di panchine corte alle quali raramente si attingeva.

Guardando al serbatoio dal quale scovare «azzurrabili», il compito di Mancini sembra più arduo dei suoi predecessori. Oggi vedono il campo appena il 35 per cento degli italiani nelle squadre di club; quando c'era Bernardini in panchina le frontiere erano chiuse e iniziavano a muovere i primi passi azzurri giocatori poi diventati campioni del Mondo nel 1982 come Gentile, Causio, Antognoni, Graziani e Scirea; ai tempi di Sacchi, pure ricchi di stranieri in A, c'era un bacino ampio di giovani talentuosi, anche quelli da lui allevati nel Milan (Costacurta, Maldini, Albertini e Donadoni tra gli altri). «Sacchi ha cambiato il calcio in Italia, ma ricordo che noi giocatori arrivavamo a Coverciano di corsa per sederci in fondo all'aula e non essere vicini a lui», ha raccontato Mancini. Che pure fu uno dei «silurati» dal tecnico romagnolo insieme ai vari Vialli, Zenga e Giannini. Senza gli stage, concessi dai club al solo Ventura - pure poco fortunato sulla panchina azzurra - oggi i giovani da visionare e poco utilizzati nei club arrivano subito a Coverciano (vedi il romanista Zaniolo). Ecco le convocazioni allargate e il numero enorme di esordienti (già dieci). La rivoluzione passa anche dal coraggio, senza badare ai risultati. MDD

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