L'asse tra Matteo e Luigi per arrivare indenni a giugno

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13 Ottobre Ott 2018 13 ottobre 2018

I due sono in sintonia (anche sul mal di pancia per i rimproveri di Mattarella). Ma solo fino alle Europee

I nsieme tirano dritto, insieme fanno dietrofront, insieme si beccano anche i ceffoni del Colle per gli assalti di Lega e Cinque stelle alle autorità indipendenti.

Più cresce la bufera attorno alla scadenza cruciale della manovra, più i dioscuri di Palazzo Chigi, Salvini e Di Maio, devono restare uniti e cercare di presentare un fronte comune. Non per amore (anche se poco tempo fa Salvini ha confessato una certa «tenerezza» per l'alleato di governo, ma si trattava di un eufemismo per evitare di dire che provava compassione per le palesi difficoltà di Di Maio a stargli dietro), ma sicuramente per convenienza: i due sono condizionati dalla medesima necessità di piantare nell'immaginario collettivo le proprie distinte bandierine propagandistiche (reddito di cittadinanza per l'uno, pensioni e fisco per l'altro), in tempo utile per farci la campagna elettorale.

E sono incalzati da una novità per loro inquietante: i primi segnali di una inversione del trend nei sondaggi. Come se la luna di miele del fronte populista al governo iniziasse ad offuscarsi, complice il caos sulla politica economica, l'ansia dei risparmiatori, le figuracce sul caso Genova e i continui incidenti politici e disastri comunicativi causati da esponenti di maggioranza ed esecutivo in palese difficoltà. Così, insieme i due si sono presentati sotto palazzo Chigi, martedì, per annunciare: «Sulla manovra tiriamo tranquillamente e orgogliosamente dritti, senza curarci di qualche speculatore». E poi insieme hanno avviato una silenziosa marcia indietro, presentando e votando una risoluzione di maggioranza che fa slittare le misure cardine della loro campagna elettorale: non più «a gennaio», come avevano giurato, ma ad aprile. Mentre continua sottotraccia lo scontro furibondo tra Lega e Cinque stelle per aggiudicarsi la parte del leone delle (scarsissime) risorse a disposizione per finanziare gli assegni di «cittadinanza» o le pensioni anticipate.

Per Di Maio si tratta di una scelta obbligata e senza alternative: il vicepremier grillino sa che questa formula di governo è la sua sola e ultima chance: o funziona e va avanti, grazie anche ad un buon risultato alle Europee, oppure la Casaleggio, che controlla il suo partito, ci metterà cinque minuti ad archiviare l'esperimento Gigino e a sostituirlo con un altro. Un primo, chiaro avvertimento è già arrivato attraverso il Fatto quotidiano, organo ufficioso del grillismo, che ha fatto trapelare la «notizia» di un possibile rimpasto con l'arrivo del rumoroso Alessandro Di Battista alla Farnesina, con l'incarico di fare ciò in cui Di Maio ha fallito: la concorrenza a Salvini.

Per il leader leghista la situazione è diversa: lui è il capo effettivo del suo partito, e certo ha meno paura delle urne anticipate. Ma ha anche lui i suoi timori: se si tiene stretto Di Maio e cerca di garantirgli una misura invisa ai leghisti come il «reddito» è perché, come spiegano i suoi, è «il grillino che ci conviene di più», quello più facile da gestire e pronto a collaborare, per le ragioni di cui sopra. Quello con cui è più semplice tenere in piedi una maggioranza. E a chi, tra i suoi, segretamente lo incita a liberarsene e capitalizzare i consensi in elezioni anticipate, Salvini ha fatto presente un pericolo: «Mattarella farebbe di tutto per evitare il voto. E siccome nessuno vuole le urne, a cominciare dai parlamentari grillini, sarebbe assai facile trovare 50 scappati di casa per fare un altro governo». Dunque, meglio tenersi Di Maio e tentare di fare il pieno alle Europee. Poi si vedrà.

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