Trump bombarda la "sua" Fed per non perdere la poltrona

Trump bombarda la sua Fed per non perdere la poltrona
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13 Ottobre Ott 2018 13 ottobre 2018

Il tycoon teme una sconfitta al voto mid-term a causa dei rialzi dei tassi. Ma la banca centrale non si fermerà

Donald Trump è uomo di fortune miliardarie, e talmente diretto nel comunicare da sfiorare la sindrome di Tourette. Con «You're fired!» - «Sei licenziato!» - ha fatto conoscere il suo carattere fumantino in tv a milioni di americani. Da allora, non è cambiato di una virgola: da padrone di casa della White House ha messo alla porta una trentina di collaboratori. Un record. E, se potesse, ora caccerebbe pure Jerome Powell, messo dal tycoon al timone della Federal Reserve nella convinzione che avrebbe perseguito una politica monetaria a sua immagine e somiglianza. E, invece, no. L'apparentemente remissivo Jay si è rivelato un falco. Deciso, di becco e d'artiglio, a riportare in alto i tassi. A The Donald ciò non piace. E, visto che la moral suasion delle scorse settimane è andata a vuoto, giovedì ha mandato alle ortiche una calma presidenziale estranea al suo Dna per dire - sic et simpliciter - che Powell «è pazzo». Mai successo in passato. Finora, il «dont' fight the Fed» valeva anche per la Casa Bianca.

La violata intoccabilità di chi è il custode del tempio del Dollaro rivela l'irritazione e le preoccupazioni di Trump. Il cui timore è che le strette ripetute sui tassi (tre quest'anno, in arrivo la quarta il prossimo dicembre, e altre tre già in canna per il 2019) possano condizionare - a suo sfavore - le elezioni di mid-term di novembre. Prima di allora, il presidente Usa avrebbe voluto un impegno preciso da parte di Powell a togliere il piede dall'acceleratore. Ciò non è avvenuto, proprio mentre il restringimento delle maglie monetarie ha portato i rendimenti dei T-bond decennali al 3,25%. A Trump non importava nulla dell'impatto dei tassi sui Paesi emergenti indebitati in dollari; ma ora che è Wall Street a soffrire per lo stesso motivo, con il pericolo di una rotazione violenta dei portafogli da parte degli investitori, la spia rossa si è accesa. Un mercato Orso è un lusso che non può permettersi perchè trascinerebbe il Paese in recessione. E lui ne sarebbe ritenuto il responsabile. Il numero uno di JP Morgan, Jamie Dimon, ha già lanciato l'allarme: «Le crescenti incertezze economiche e geopolitiche stanno esplodendo ovunque nel mondo e potrebbero avere effetti negativi sull'economia».

Ma la Fed non si fermerà. Per almeno due motivi. Il processo di normalizzazione della politica monetaria serve proprio per garantire alla banca centrale le munizioni necessarie per fronteggiare un'eventuale crisi, magari indotta dall'onda lunga dei dazi. Per poterlo fare, occorre che i tassi siano almeno al 4%, in modo da poterli tagliare e rimettere l'economia in carreggiata. Ma è inoltre probabile che Powell stia cercando di governare lo sgonfiamento della bolla azionaria che la Fed ha contribuito a creare inondando il mercato di liquidità. La stessa che ha favorito i buy-back miliardari con cui sono stati inflazionati i prezzi dei titoli e creato una sorta di azzardo morale. Ma riportare il mercato su livelli più umani, senza far morti e feriti, non sarà impresa da poco.

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