FantAntonio e l'ultimo addio "Ora il secondo tempo della vita"

FantAntonio e l'ultimo addio Ora il secondo tempo della vita
14 Ottobre Ott 2018 7 giorni fa

L'annuncio con una lettera pochi giorni dopo il ritorno in campo con l'Entella: «Potevo fare tutto meglio ma...»

C'è un profondo senso di incompiuto che brucia nella pancia di chi ama il calcio ogni volta che si parla di Antonio Cassano. C'è la consapevolezza che uno come lui sui campi si possa vedere solo una volta ogni tanto. Un'apparizione, un flash di talento che ti passa davanti agli occhi e ti abbaglia e ti sorprende. Un modo di toccare la palla e mandarla nel posto giusto capendo quale sia il posto giusto prima degli altri che pochissimi hanno. Ma al tempo stesso la certezza che uno così avrebbe potuto fare molto, molto di più. Avrebbe potuto, perché ormai è finita, questa volta per davvero. Antonio Cassano lascia il calcio, si ritira, definitivamente. Un capitolo che si chiude, per lui ma per tutto il calcio italiano.

Eppure sembrava la volta buona per rivederlo in campo. Tirato a lucido, motivato ma soprattutto cresciuto in quel testone duro che ha sempre avuto. Solo pochi giorni fa aveva ripreso ad allenarsi con l'Entella. Caso vuole unica squadra al mondo senza una dimensione, ancora sospesa tra serie C e B. Come lui, indefinito, sempre in attesa di. Sembrava, perché con una lettera ha detto che no, basta così. «In questi giorni di allenamento ho capito che non ho più la testa per allenarmi con continuità, in questo momento ho altre priorità», ha scritto, per poi fare l'elenco dei ringraziamenti e un po' di mea culpa. «Con un altro carattere avrei potuto vincere di più e giocare meglio, ma credetemi, ho vissuto comunque emozioni incredibili e oggi ho accanto a me le uniche cose che contano davvero». Addio, per davvero. «Una scommessa difficile da vincere, ma era giusto provarci», ha replicato il patron dell'Entella Antonio Gozzi. Auguri dunque, e buona vita, per quello che lui stesso definisce «il secondo tempo» della sua vita. Anche se il primo resta lì scolpito, simile alla sceneggiatura di un film.

Lui, il bimbo Antonio, di famiglia povera, che gioca a pallone tra i vicoli di Bari vecchia facendosi ingaggiare dai ragazzini più grandi per vincere le partitelle e guadagnare qualche mille lire sfruttando il suo talento. Un talento, puro, unico. Che lo porta a togliersi dalla strada. Piedi delicati, testa a spigoli. E quando parte la brocca sono guai. «Cassanate», un termine adottato anche dalla Treccani. Ci sono quelle in campo, colpi di genio col pallone tra i piedi, ma ce ne sono tante altre, fuori dal campo, che ne condizionano la carriera. Nata nella sua Bari, alla seconda gara in A, quando segna un gol bellissimo e decisivo all'Inter che lo porta all'attenzione di tutti. Passa per la nazionale under 21, dove si scontra con il ct Gentile e lascia il ritiro. Arriva alla Roma, che nel 2001 lo acquista per 60 miliardi di lire dove cresce sotto l'ala protettiva di Francesco Totti. Ma poi litiga con il capitano che pure lo definisce «il più forte con cui abbia mai giocato». Cinque stagioni tra alti e bassi, fino alla rottura. Arriva il Real Madrid dei galacticos, l'occasione di una vita per chiunque. Non per lui che mangia troppo, ingrassa, si dedica alle donne più che al calcio e spreca tutto in due stagioni da comprimario. Il rilancio arriva con la Sampdoria, dove arriva per un colpo di genio di Beppe Marotta. Rinasce, matura, fa meraviglie in campo e sembra trovare la sua dimensione definitiva. Ma niente, la brocca riparte. Litiga furiosamente con il presidente Riccardo Garrone che pure era come un padre per lui. «L'unica cosa di cui mi sono pentito», ha detto. Ma Garrone è uomo all'antica e lo caccia. Va al Milan, vince lo scudetto con Ibra e Allegri in panchina, si ferma per un problema al cuore che riesce a superare. Va all'Inter, poi al Parma, poi torna alla Sampdoria. Litiga ancora e smette, di fatto, nel gennaio del 2017 quando rescinde il contratto. Poi la farsa Verona, dove firma e rescinde subito e l'ultimo capitolo, brevissimo, l'Entella.

È stato un campione inespresso. Poteva essere il Maradona italiano. Poteva scrivere la storia del calcio. Non lo ha fatto. Ma si è divertito e ha fatto divertire. Ora penserà alla sua famiglia e ai suoi due figli. In fondo anche questo non può che essere un lieto fine. Anche se con un retrogusto amaro che sa di rimpianto.

Commenti

Commenta anche tu