La rivoluzione può attendere: In Europa populisti fermi al 17%

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14 Ottobre Ott 2018 14 ottobre 2018

I partiti nazionalisti dati in forte crescita. Ma non abbastanza

Roma Allacciate le cinture, chiudete i boccaporti, mettete a nanna i bambini: a primavera lo tsunami sovranista sommergerà l'Europa. Tsunami? Magari sarà solo una marea, o meglio un'ondata, o forse appena qualche schizzo, delle gocce che non cambieranno di molto gli attuali equilibri a Bruxelles. Stando infatti all'ultimo sondaggio della Reuters, alle prossime elezioni le forze antieuropeiste, cioè Lega, M5s e i loro alleati continentali, pur in forte crescita, non riusciranno a superare quota 17 per cento dei seggi e resteranno ben lontani delle stanze dei bottoni. E, come accade da 65 anni, le istituzioni della Ue continuerà ad essere retta dal patto tra popolari, socialisti e liberali. Palazzo Chigi se ne farà una ragione.

Salvini e Di Maio, se puntano al ribaltone europeo per imporre le proprie ricette di politica economica, se contano di varare reddito di cittadinanza e flat tax senza pagare pegno, se sperano di fare manovre in deficit evitando la Trojka grazie a una Commissione amica, ebbene devono rifare i loro conti. Sovranisti e populisti sono in grande spolvero e alle elezioni di primavera raggiungeranno livelli mai visti prima. Il gruppo Effd, quello dei grillini, stando alla rilevazione diffusa da Termometro Politico, guadagnerebbe 14 seggi, passando da 45 a 59. Enf, dove c'è la Lega, quasi raddoppierebbe la sua consistenza: da 35 a 64. In tutto fanno 122 eurodeputati, che sono parecchi, ma lontani dalla maggioranza.

Popolari e socialisti sono in grossa difficoltà e perderebbero 39 e 35 seggi. In compenso i liberali ne conquisterebbero 36 in più. La somma dei tre partiti tradizionali fa 438, alla quale vanno aggiunti i 34 verdi e altri sparsi, senza considerare i 56 della sinistra e i 42 previsti per i conservatori. In conclusione nella futura assemblea di Bruxelles sui 705 deputati dell'assemblea almeno 480-490 saranno sicuramente europeisti.

Se la presa del Parlamento sta sfumando, pochi cambiamenti sono in vista anche per la Commissione. Il presidente, che è il capo dell'esecutivo Ue, viene votato dal Parlamento, ma in realtà è scelto dai leader rappresentati nel Consiglio Europeo. Tra i governi dei 28 Paesi dell'Unione - quelli che decideranno - il Ppe è in testa, seguono gli esecutivi guidati da socialisti o dalla sinistra in generale (la Francia di Macron o la Grecia di Alexs Tsipras), poi i liberali. Di governi populisti c'è solo quello della Polonia, dell'Italia e dell'Ungheria di Viktor Orbán anche se quest'ultimo è un membro a tutti gli effetti del Partito popolare.

I singoli commissari saranno quindi espressione delle famiglie politiche tradizionali, con degli innesti proporzionali di questi tre Paesi. Nulla fa pensare a cambiamenti radicali. Anche la lista dei papabili per la presidenza non fa immaginare a una rivoluzione imminente. L'ultimo arrivato è Alexander Stubb, ex premier della Finlandia, outsider del Ppe con una vocazione molto europeista. Il favorito rimane, l'attuale capogruppo all'Europarlamento Manfred Weber. Bavarese della Csu. In sintonia con il centrodestra italiano e anche con la Lega, ma non populista.

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