Così Piero Pieri rivoluzionò lo studio delle nostre guerre

Così Piero Pieri rivoluzionò lo studio delle nostre guerre
19 Ottobre Ott 2018 27 giorni fa

Il grande storiografo fu il primo a intuire che i fatti d'arme non erano un tema «minore»

Mezzo secolo fa, o giù di lì, in occasione del primo convegno nazionale di scienze storiche organizzato dalla Società degli Storici Italiani, un illustre e anziano studioso, Piero Pieri, cresciuto alla scuola di Gaetano Salvemini, pronunciò una relazione sulla «storia militare» che non soltanto tratteggiava lo stato della ricerca ma cercava, anche, di definire natura e caratteristiche di un genere storiografico spesso guardato con sufficienza anche dai colleghi accademici. A quell'epoca, Pieri, già ultrasettantenne, era considerato il padre della storia militare in Italia: come avrebbe detto molti anni dopo Raimondo Luraghi, ricordando quel convegno e quella relazione, Pieri aveva dato prova, nel campo specifico della storia militare, di una «profondità» e di un «eclettismo» che gli avevano assicurato «ben meritatamente una fama elevata e duratura tra gli studiosi d'Europa e non solo d'Europa».

Secondo Pieri la storia militare che, vale la pena di rammentarlo, prima di lui era considerata una disciplina marginale riservata a una minoranza di appassionati e di eccentrici cultori di «militaria» non avrebbe dovuto limitarsi alla ricostruzione pura e semplice degli eventi bellici ovvero allo studio delle trasformazioni tecnologiche degli armamenti o, infine, alla descrizione di scelte tattiche o strategiche. Essa, infatti, era vista da Pieri in una ottica che potremmo definire «globale» nel senso che essa non poteva non essere collegata ad altre discipline storiografiche, come, per esempio, la storia politica o la storia economica, ed anche la storia delle relazioni internazionali ovvero la storia del pensiero.

Pieri che era stato un valoroso combattente durante la prima guerra mondiale e che, anzi, proprio da quel conflitto aveva derivato il suo interessamento per i problemi militari e quindi, anche, per la storia militare non era, si direbbe oggi, un pacifista per scelta ideologica. Aveva, anzi, ben presente la consapevolezza del fatto che, nel secondo dopoguerra, la pace internazionale era stata garantita, proprio, dalla crescita di mezzi di offesa e di distruzione, a tal punto perfezionati da dissuaderne l'impiego. Il che, per inciso, mostra come le questioni militari siano strettamente legate alla vita delle nazioni, dei singoli Stati o del complesso della comunità internazionale.

Nel bagaglio culturale di Piero Pieri c'erano oltre a Salvemini col quale si era laureato e aveva a lungo collaborato e oltre ai grandi maestri della storiografia italiana a cavallo fra il XIX e il XX secolo almeno due altri punti di riferimento, per certi versi ben più importanti del magistero salveminiano. Il primo era rappresentato dal generale e teorico prussiano Carl von Clausewitz il quale, in un celeberrimo trattato intitolato Della guerra e pubblicato nel 1832, aveva messo in luce l'insinuarsi della politica, ma anche di motivi di natura psicologica e spirituale, nel tessuto guerresco attraverso son parole di Pieri «sottilissimi fili, quasi, potremmo dire, una delicatissima e pur essenziale innervatura, non sempre facile da individuare e da seguire». Il secondo riferimento intellettuale era uno studioso e politico tedesco di orientamento liberal-conservatore, Hans Delbrück, definito da Pieri «il maggiore degli storici militari apparsi finora». Poco conosciuto in Italia e all'estero, Delbrück era famosissimo nel suo Paese di origine e considerato un genio assoluto tanto che, lo ricordiamo per curiosità, nel celebre film parodistico Frankstein jr era proprio il suo cervello che Frederik Frankstein intendeva trafugare e trapiantare nel gigantesco cadavere di un condannato a morte appena giustiziato. Delbrück aveva insegnato alla Humboldt Universität di Berlino, aveva postulato la necessità di integrare la storia politica e la storia economica con quella militare e aveva, ancora, in certo senso, ripreso le tesi di von Clausewitz sui rapporti fra politica e guerra: in questo quadro si era soffermato sulla tipologia delle azioni belliche individuando due forme di guerra tra loro diverse, la «guerra di annientamento» e la «guerra di spossamento» sulle cui caratteristiche e modalità di sviluppo appariva forte il peso della politica.

Quando, a partire dall'inizio degli anni trenta, decise di mettere da parte l'iniziale interesse per la tradizionale storia politica e passò a occuparsi di storia militare, soprattutto dell'età moderna e contemporanea, Pieri aveva ormai elaborato quella sua concezione «globale» della disciplina, che le avrebbe conferito dignità scientifica e le avrebbe assegnato un posto significativo nei territori della storiografia. Alcuni suoi lavori divennero dei «classici» della ricerca storica, ispirati, com'erano, a una visione interdisciplinare della storia militare e ricchi, come si dimostrarono, di nuove e talora rivoluzionarie prospettive interpretative.

Basterà ricordare, in proposito, il volume su Il Rinascimento e la crisi militare italiana (1953), che entusiasmò un critico severo come Adolfo Omodeo e capovolse l'interpretazione canonica del periodo rinascimentale dimostrando che le milizie degli antichi Stati italiani erano tra le più efficienti. E poi, ancora, il saggio su Guerra e politica negli scrittori italiani (1955) che rivelava la sua attenzione per il «pensiero militare» come cardine ineludibile per comprendere strategie e tattiche belliche. E, infine, i classici lavori che Pieri dedicò al periodo risorgimentale italiano e alla Grande Guerra: Storia militare del Risorgimento. Guerre e insurrezioni (1962) e L'Italia nella prima guerra mondiale (1965). Due opere, queste, divenute giustamente famose perché all'eleganza e alla finezza di una scrittura corposa e suggestiva uniscono l'equilibrio critico e interpretativo di uno studioso sempre attento alle ragioni e alla documentazione di tutte le parti coinvolte negli eventi bellici: a quelle dei borbonici, per esempio, nel caso del volume sul Risorgimento o a quelle degli austriaci, nel caso del saggio sulla Grande Guerra.

L'iniziativa editoriale di Il Giornale dedicata alla storia militare italiana non poteva che aprirsi con queste due ultime opere di Pieri: sia per motivi di natura cronologica perché forniscono un quadro complessivo delle vicende italiane dall'occupazione francese nell'ultimo scorcio del XVIII secolo la Grande Guerra, sia perché costituiscono un esempio paradigmatico di una concezione della «storia militare» assai più ampia e articolata rispetto ai lavori che si limitano alla descrizione degli scontri bellici o alla evoluzione degli armamenti. Il grande storico Delbrück come si è ricordato uno dei punti di riferimento di Pieri faceva notare come la storia di armi o fortificazioni appartenga più alla storia della tecnica che non a quella militare perché per lo storico militare sarebbe sufficiente avere contezza della loro influenza sull'evoluzione delle forme di attacco e difesa. Delbrück mirava, verosimilmente, a sottolineare la necessità per lo storico militare di un approccio multidisciplinare che tenga presenti, nello studio di un evento bellico, fattori nazionali e internazionali, politici ed economici, ideologici e culturali, sociali e psicologici senza dimenticare, ovviamente, il ruolo delle singole personalità coinvolte.

Una concezione, insomma, «globale» della storia militare che, proprio nello spirito di Piero Pieri, è alle origini della iniziativa editoriale di Il Giornale nella quale troveranno spazio opere di sintesi e di approfondimento, monografie e saggi biografici, testimonianze d'epoca. Il tutto per offrire, senza pregiudiziali ideologiche, una immagine mossa e articolata delle vicende belliche, delle idee strategiche e dei condottieri che hanno accompagnato il processo di unificazione nazionale e la vita stessa dello Stato unitario.

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