Il "caso Burri" Così si vende un'opera (a regola d'arte)

Il caso Burri Così si vende un'opera (a regola d'arte)
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21 Ottobre Ott 2018 21 ottobre 2018

Il "pezzo" di proprietà della fondatrice del Fai, Giulia Maria Crespi, a un'asta internazionale. Nessuno scandalo. Pretestuose le ragioni di chi confonde un bene privato (acquistabile da un italiano) con i "beni pubblici"

L'attacco volgare e sconsiderato dello storico dell'arte Tomaso Montanari il quale pochi giorni fa ha accusato la fondatrice del Fai Giulia Maria Crespi di voler vendere a un'asta internazionale un'opera della sua collezione (un Alberto Burri del 1967, che potrebbe tranquillamente essere acquistato da un collezionista italiano al suo valore reale) ha avuto il peggiore degli epiloghi, da vero Stato di polizia, rivelando la natura di delatore dello stesso Montanari e di tristi esecutori dei funzionari della Soprintendenza delle Belle arti di Milano, che si sono precipitati a fare «un primo sopralluogo in casa Crespi in corso Venezia»: «Al ministero per i beni culturali non risultano infatti vincoli sulle singole opere, né tanto meno ne esiste uno contestuale sulla intera, preziosa raccolta che comprende le due enormi, celebri tele di Canaletto e numerose altre opere medievali e rinascimentali». È proprio così. E si tratta di una collezione storica della quale esiste un catalogo a stampa, ovviamente non ricordato da Montanari, il quale chiama la Crespi (cui si devono il recupero di monumenti fondamentali) «Lady Fai», come in un romanzo d'appendice, trattata come una criminale (leggete il titolo: «Non solo Burri. Furti a regola d'arte»), per aver presentato all'ufficio esportazioni di Venezia, secondo le norme di legge, un'opera di sua proprietà, da lei regolarmente acquistata, in uno Stato in cui illustri collezionisti e mercanti (sui quali il Montanari tace) hanno ceduto al Louvre opere importanti o hanno esportato e venduto a Maastricht e altrove preziosi dipinti antichi, con regolari certificati di esportazione, com'è accaduto per il Simon Vouet acquistato dal Metropolitan, senza i minacciosi rimbrotti del moralizzatore che ha dimenticato il dipinto riferito a Giotto del suo e mio amico Fabrizio Moretti, pateticamente inseguito dagli stessi uffici che lo avevano lasciato uscire. Sta fuori Italia. E con ciò? Qualcuno in Italia lo potrebbe vedere?

Che morale è quella di Montanari che pretende di sequestrare come patrimonio pubblico quello che è privato, frutto di ricerca e di talento, o semplicemente di gusto? Gli ha risposto in modo perfetto Philippe Daverio («Il Burri all'estero? Fa bene all'Italia»), ricordando i Canaletto venduti in Inghilterra dal console Smith, la Gioconda di Leonardo «esportata» dallo stesso pittore, la fortuna di Morandi e di Fontana, di Gnoli e dello stesso Burri nel mondo anche grazie alle vendite nelle aste internazionali.

Per il grillino Montanari non siamo in Europa, siamo nell'Albania di Hoxha. Ritenendosi insultato dagli argomenti limpidi di Daverio, Montanari fa la vittima e li chiama insulti, affermando: «Egli scrive da mercante, giacché le sue argomentazioni (culturalmente risibili) sono quelle tipiche del mantra dei commercianti che da secoli vorrebbero le mani libere». E se quelle di Daverio sono risibili, le sue sono lacrimevoli, patetiche, offensive. Di fronte alla vendita legittima del dipinto di Burri, del quale le collezioni pubbliche e private italiane straripano, scrive: «Il caso è chiaro, nella sua triste evidenza: l'esportazione del Burri fino a due anni fa sarebbe stata illegale». Non è vero. Sarebbe dipesa comunque dalla valutazione dell'ufficio esportazioni, presso cui il dipinto è passato. «Ora è lecito solo grazie a uno strappo grave, che (se il Movimento cinque stelle sarà coerente con le sue lotte passate) tra breve sarà sanato». Lo «strappo» si chiama «legge». E che una legge venga «sanata» è soltanto una speranza del grillino Montanari. «Che del varco approfitti una personalità come quella di Giulia Maria Crespi è una notizia clamorosa. Che le modalità siano quelle furbesche e sleali verso gli organi di tutela che ho descritto mi pare gravissimo». Ma quale notizia clamorosa? Ma quali modalità furbesche e sleali? Ma quale strappo grave? Baggianate di Montanari che offende e osa fare la morale scrivendo: «Insomma, bisogna decidersi: non si può voler essere canonizzati in vita per meriti verso il patrimonio, e poi farsi bellamente gli affari propri. O si è davvero per la tutela o si è per le mani libere per il suo patrimonio e territorio». E cosa c'entra un dipinto di Burri di una casa privata con «il patrimonio e il territorio»? E come si può dire che uno, vendendo un proprio quadro del 1967, fa gli «affari propri»? E di chi li dovrebbe fare, se il dipinto è suo? E fare il mercante sarebbe dunque una cosa ignobile? Evidentemente Montanari non ha studiato la storia dell'arte moderna, dagli impressionisti a Pollock, e considera criminali anche Peggy Guggenheim e Panza Di Biumo. Quest'ultimo molto ha venduto, nel silenzio del distratto Montanari.

Ma non è il solo distratto. Infatti i penosi articoli di Montanari hanno evidenziato lo storico timore reverenziale dei funzionari delle Belle arti (fra i quali Franco Russoli, Carlo Bertelli, Caterina Bon Valsassina) nei confronti di Giulia Maria Crespi, i quali, pur frequentandone la casa, non hanno mai proceduto al vincolo della collezione. La cosa è riassunta dagli scherani del Montanari in questi termini, testimonianza di una grave denuncia della distrazione o complicità dei soprintendenti: «La traumatica fuoriuscita dal patrimonio nazionale del Burri (transitato senza dichiarazioni del nome di famiglia presso l'ufficio esportazioni di Venezia), ha allarmato i vertici del Collegio romano: il dubbio è che si sia trattato di un primo passo verso lo smantellamento della raccolta. La Soprintendenza di Milano ha quindi avviato la procedura per la catalogazione e l'eventuale apposizione dei vincoli, al fine di impedire lo smembramento e la vendita all'estero della collezione della fondatrice del Fai». La terminologia è inquietante: «traumatica fuoriuscita» dal «patrimonio nazionale»! Qualunque oggetto di interesse artistico, benché privato, è dunque patrimonio nazionale, e dovrebbe indicarcelo una notifica. Come se ne stabilisce altrimenti l'importanza? E perché non chiudere allora tutti i negozi degli antiquari, le case d'asta e le gallerie d'arte? A questo porta il ragionamento di Montanari, con la bugia diffamatoria che il Burri sarebbe «transitato» senza dichiarazione del nome di famiglia. Infatti era stato presentato come proprietà del figlio della Crespi.

A Montanari dirò di più. A tal punto sono consapevole dell'importanza del patrimonio privato che io stesso ho chiesto e ho ottenuto dalla Soprintendenza alle Belle arti il vincolo di insieme per la mia collezione, perché esse rimanga unita nell'integrità di chi l'ha voluta e costituita. E molte volte, andando a casa di Giulia Maria Crespi, mi sono chiesto se la collezione della sua famiglia, «moralmente vincolata», avesse un vincolo di legge. Opere fondamentali di Defendente Ferrari, Barnaba da Modena, Vincenzo Foppa, Bernardino Luini, Pietro Longhi, Rosalba Carriera, Francesco Guardi... Certo che non l'hanno un vincolo. Nessuno ha mai pensato di metterlo, o di chiederlo. Sono certo che l'avrà considerato lo stesso Salvatore Settis, che tante volte è stato ospite in quella casa. Settis è maestro e amico di Montanari, ma è stato anche Presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali e paesaggistici, fino al 2009. Perché Settis non ha proposto il vincolo della collezione? Perché non si è preoccupato dei rischi che denuncia il suo allievo Montanari? È perché quest'ultimo, invece di accusare e insultare la Crespi, non insulta e accusa Settis e i sovrintendenti consapevolmente conniventi?

La moralità della Crespi e il suo impeccabile, glorioso, comportamento, parlano per lei, e per uno Stato che non si difende con le menzogne demagogiche, ma con la vera conservazione del patrimonio artistico, cui anche i privati concorrono. Lo Stato è la coscienza del bene, che la Crespi ha sempre dimostrato, non il sequestro dei beni.

Le leggi, in democrazia, non consentono l'esproprio della proprietà privata. E Burri non vale Corradini.

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