Nell'ex fabbrica della penicillina, tra spaccio, degrado e criminalità

Nell'ex fabbrica della penicillina, tra spaccio, degrado e criminalità
6 Novembre Nov 2018 12 giorni fa

Siamo entrati nella ex fabbrica della penicillina di Roma dove si nascondeva uno degli stupratori di Desirée. Nel ghetto occupato da oltre 500 stranieri regnano spaccio, degrado e prostituzione

Una città nella città. Un inferno di lamiere e cemento, amianto e rifiuti tossici, dove regnano spaccio, degrado e prostituzione (guarda il video).

Dentro l’ex fabbrica della penicillina di Roma vivono circa cinquecento persone. Contarli tutti, però, è impossibile. “Qualcuno arriva, qualcuno se ne va, magari in Germania”, ci dice Kingsley, un ventiseienne nigeriano che si è accampato qui da qualche mese. Da quando è arrivato in Italia non è ancora riuscito a trovare un lavoro e a fargli da casa è l’angolo di un vecchio capannone abbandonato. Sistemati tra l’immondizia e i cumuli di calcinacci ci sono pochi indumenti, una pentola e qualche utensile per cucinare. È in un anfratto come questo che si era rifugiato anche Alinno Chima, uno degli stupratori di Desireé Mariottini, la sedicenne trovata morta due settimane fa a San Lorenzo, catturato proprio qui, nel ghetto di via Tiburtina.

Se non abiti in una delle baracche disseminate all’interno delle decine di capannoni fatiscenti, il cancello della fabbrica lo attraversi solo per comprare la droga. Per questo mentre camminiamo lungo i corridoi, facendo lo slalom tra rifiuti di ogni genere ed escrementi umani, ci sentiamo addosso gli sguardi diffidenti degli occupanti. I traffici all’interno sono continui. Il paesaggio spettrale è animato da sagome che si muovono freneticamente da un edificio all’altro, vedette che spuntano dai piani alti e clienti che acquistano e consumano le dosi. “Non vivo qua, vengo solo per fumare”, ci dice un ragazzino africano. È visibilmente alterato e si allontana in fretta con lo sguardo perso nel vuoto.

“È meglio non fare troppe domande”, ci avverte Kingsley. Anche lui, ci spiega, preferisce farsi i fatti suoi. Dell’ultima rissa, quella di sabato scorso tra un giovane gambiano e alcuni suoi connazionali, che ci è mancato poco finisse in tragedia, dice di non saperne nulla. Ma qui, non è un mistero, tra alcol e faide interne, le violenze sono all’ordine del giorno. “Ci sono sempre casini”, si sfoga sottovoce una donna originaria della Sierra Leone, indicandoci con gli occhi un gruppo di nigeriani. “Prima abitavo a San Basilio, poi mi hanno sgomberato e mi hanno mandato qui – racconta – la baracca l’ho pagata trenta euro, però guarda, ci piove anche dentro”. La maggior parte degli stabili dismessi sono pericolanti.

Kingsley ci mostra i dormitori ricavati in ogni angolo dei fabbricati. Camminiamo in bilico lungo ciò che resta di solai crollati, attraversiamo labirinti di scale erose dall’abbandono e ci ritroviamo davanti al “reparto italiani”. Dietro questa porta di ferro abita Franco, un sessantenne di Arezzo, tra i primi ad occupare nove anni fa. Per vivere costruiva case abusive, ora sbarca il lunario vendendo cuccioli di cane. Ce ne sono sei o sette chiusi in un recinto dentro una delle stanze dove si è sistemato. Anche se, precisa, l’attività principale tra la popolazione straniera è lo smercio di sostanze stupefacenti. “Di italiani ce ne sono in tutto cinque o sei – ci spiega – con gli immigrati ci rispettiamo”. “Ci sono sempre liti fra di loro - continua - bevono e poi si attaccano per stupidaggini”. E il gambiano volato dalla tromba delle scale? “Avrà fatto uno sgarro a qualcuno”. Un regolamento di conti, insomma. Non sarebbe una novità. “Spesso di sotto volano coltellate”, spiega Alessandro, che è arrivato qui solo due mesi fa dopo aver scontato una condanna in carcere per droga.

Tra i residenti del quartiere, intanto, si moltiplicano le petizioni per chiedere lo sgombero dell’ex stabilimento industriale. “Il problema non riguarda solo lo spaccio ma anche i furti che si verificano nei dintorni - spiega Fabrizio Montanini, portavoce del Coordinamento d’Azione IV Municipio - tempo fa, ad esempio, ad un ragazzo hanno rubato il cellulare sull’autobus e quando ha provato ad entrare nella fabbrica per recuperarlo gli hanno puntato un coltello”. “La risposta delle istituzioni – attacca - è stata quella di spostare la fermata dei bus, creando per giunta un ulteriore disagio ai cittadini”. Ad aiutare gli occupanti, invece, ci sono le associazioni per i diritti umani, come Medici Senza Frontiere.

Allo sgombero promesso dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, però, dentro il fortino dello spaccio non ci crede nessuno. “Ma quando ci mandano via? Non capisci che così ci tengono tutti sotto controllo?”, grida Franco. “Diversamente – gli fa eco il suo dirimpettaio – si ritroverebbero seicento persone in mezzo alla strada a commettere reati”. “Anche perché se mi butti fuori cosa posso fare?”. “Lo Stato deve aiutarci”, dice. Altrimenti, l’alternativa è tornare nel vortice della criminalità.

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