Rileggere "I promessi sposi" guardando (meglio) le figure

Rileggere I promessi sposi guardando (meglio) le figure
9 Novembre Nov 2018 12 giorni fa

Lo studio delle illustrazioni che lo stesso Manzoni scelse per il suo romanzo svela particolari inediti. E spiazzanti...

Salvatore Silvano Nigro, manzonista per autodefinizione, è in realtà uno dei nostri maggiori scrittori. Lo è per molte ragioni: lo è per la capacità di governare con piacevole lievità materiali complessi, lo è per l'imparzialità dell'argomentazione, lo è per il ritmo della pagina e lo è, soprattutto, per la lingua che, per quanto dedita a riflessioni erudite, mostra sempre - qualcuno direbbe sottotraccia - una straordinaria vivacità.

Esistono scrittori «di lingua» e scrittori «idiomatici», e Nigro appartiene come me (per una sorta, forse, di esilio linguistico) alla prima specie. C'è chi fa ruotare il linguaggio intorno ad alcune dolenzìe (furori, ossessioni, nostalgie materne) e lega la parola al proprio certificato di nascita - da Giovanni Testori a Michele Mari -, e chi non può esibire certificati, avendoli perduti nell'età dell'innocenza, e fa della lingua il proprio solo domicilio, fuori per sempre da qualsiasi resa all'idioma. Nigro, come chi scrive, appartiene a questa seconda razza.

L'occasione per parlare di Nigro viene dal bellissimo La funesta docilità (Sellerio, pagg. 220, euro 15), saggio-racconto su Manzoni e sull'eco infinita - come la famosa nota di fondo del Big Bang - prodotta, dentro il suo romanzo, da un episodio celebre, verificatosi il 20 aprile 1814 proprio sotto le finestre di casa sua, sull'angolo di Piazza Belgiojoso con Via Morone: la cattura e la feroce uccisione, nell'indifferenza delle autorità, del Ministro delle Finanze del Regno Italico, Giuseppe Prina.

Un episodio unico in una città che si è sempre voluta modello di virtù civica (ma attenzione, ammoniva Bonvesin già nel 1288: Milano ha coda d'anguilla...) e che vide impegnati in piazza, in posizione diversamente interpretata, personaggi celebri, come il Foscolo o il Confalonieri; mentre il Manzoni, a quanto arguibile dai documenti, se ne stette bene al chiuso di casa propria e, pur vedendo coi propri occhi lo scempio operato da una folla inferocita (ma facilmente domabile, solo che si fosse voluto), riuscì unicamente - quattro giorni dopo il fattaccio - a produrre una lettera dal sapore ambiguo, che disapprovava gli eccessi di una minoranza facinorosa, rea del crimine, ma al tempo stesso approvava il moto nel suo complesso come cosa «saggia e pura». Eccola qui, la «funesta docilità»: che è espressione dello stesso Manzoni, usata a proposito di Renzo inguaiatosi in Milano al tempo della rivolta del pane.

Sulle orme di un'amplissima bibliografia, dal Massari al Rovani fino a Sciascia, Nigro torna a visitare quell'eco prodottasi nel Romanzo dal Fermo e Lucia, che al tempo era in gestazione nel laboratorio del grande scrittore, fino alla Ventisettana e alla definitiva Quarantana, a proposito della quale Nigro tocca due tasti essenziali: primo, l'importanza delle illustrazioni (volute e progettate con acribia dallo stesso Manzoni, e disposte in punti strategici del testo) come parte essenziale del testo; e, secondo, la Storia della Colonna Infame, da intendersi come capitolo conclusivo del Romanzo stesso, dove la storiaccia del Piazza e del Mora non può non richiamare il lettore attento a quel disgraziato 20 aprile 1814.

Riportando al centro dello studio del Romanzo questi due elementi, Nigro ricostruisce con miglior agio l'elaborazione dei fatti del '14 da parte del tormentatissimo scrittore, che della colpa prodotta dalla propria tiepidezza (se tale fu) fece la sorgente di tutta un'avventura letteraria, dove l'immaginario, ben lungi dall'essere gioco affabulatorio (come è di moda nell'impero dello storytelling), diviene lo stampo di un impietoso, mai placato esame di coscienza. Che l'arte trasforma nell'esame di coscienza di un'intera nazione.

Il libro, ricchissimo di riletture sorprendenti (Renzo per primo ne esce trasformato, ingrandito) è corredato da numerose illustrazioni, talune tratte dalla Quarantana, altre relative a edizioni successive per mano di artisti novecenteschi come Renato Guttuso e Mimmo Paladino. Nessuna di esse viene lasciata sola da Nigro, che le arricchisce di osservazioni che le legano organicamente alle profondità del testo manzoniano. Perché, come ricordava Giovanni Testori, tutto ciò che d'importante possiamo dire su un'opera, rimane ad essa attaccato.

La seconda parte del libro, dedicata a tre letture esemplari del Romanzo (Moravia, Sciascia e Ginzburg), non costituisce un cambiamento di tema ma piuttosto ci avverte di come le letture anche più eterodosse, come quella (più provocatoria che pertinente) di Moravia appartengano in qualche modo alla verità del testo e ne tocchino i gangli vitali.

Nigro non crede, come non credette Gadda, al Manzoni cattolico, ma nemmeno lo vuole laicizzare a tutti i costi - che sarebbe un'altra forma di clericalismo letterario. L'azione di Dio nella storia, e soprattutto la di Lui vittoria, non è documentata nel Romanzo, che anche nel momento del trionfo della fede (Innominato) non lascia in silenzio una voce amara che ricorda: «E chi sa se, nella valle stessa, chi avesse voglia di cercarla, e l'abilità di trovarla, sarà rimasta qualche stracca e confusa tradizione del fatto? Son nate tante cose da quel tempo in poi!».

Il Romanzo - tutti i grandi romanzi - non dipinge affreschi. Segna atti di nascita, decessi, titubanze, azioni esagerate, turbamenti, e li dispone secondo un redde rationem che a chi ha le mani in pasta (ossia il potere) non interessa. Non consuma vendette, non addita colpevoli. Forse la «funesta docilità», che trattenne il Manzoni dal gettarsi nell'agone civile in quell'occasione, è una porta d'accesso alla natura stessa della Letteratura, del suo trattenersi al di qua della cronaca («Lui folgorante in solio/ vide il mio genio, e tacque...»), della sua inadeguatezza al corso del mondo, della sua necessità di costruire non un affresco di questo mondo, ma un altro mondo - non necessariamente più affascinante del nostro - nel quale i torti subiti possano, se non altro, tornare a parlare al cospetto di un tribunale meno iroso, meno perturbato, più avvezzo alla lentezza della riflessione e alla dura, chirurgica e a un tempo pietosa attitudine a non volgere lo sguardo dalla ferita, dal sangue e dalle altre magagne della vita, a non passare ad altro.

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