Viveva rinchiuso in casa. Psichiatra lo convince a uscire. Lui lo fa ma muore (nella notte del Bataclan)

Viveva rinchiuso in casa. Psichiatra lo convince a uscire. Lui lo fa ma muore (nella notte del Bataclan)
9 Novembre Nov 2018 5 giorni fa

Un 30enne agorafobico quella sera aveva sconfitto le sue paure ed era riuscito, per la prima volta, a unirsi agli amici per bere un drink. Ma rimase ucciso dai terroristi. I rimorsi dello psichiatra

Un giovane trentenne soffre da anni di agorafobia. Non esce mai di casa, perché ha paura di andare in luoghi a lui non familiari, con le crisi di panico che lo bloccano, impedendogli di condurre una vita normale. In cura da uno psichiatra, finalmente riesce a vincere le sue paure e si unisce a un gruppo di amici, per bere un drink in un locale. Per un incredibile schwerzo del destino ha scelto il giorno sbagliato. Quella sera di tre anni fa, infatti, a Parigi si scatena l'inferno. È la notte del Bataclan. Un commando di terroristi dell'Isis uccide a colpi di mitra 130 persone. Anche la terrazza dove si trovava quel povero ragazzo viene crivellata di colpi, e lui muore.

A raccontare la storia è il medico psichiatra che lo aveva in cura. Oggi vive tra i rimorsi e non si dà pace. "Se non l’avessi curato, probabilmente sarebbe ancora vivo. Perché non avrebbe mai trovato il coraggio di lasciare la sua abitazione", dice Bruno Boniface. "Il suo desiderio era di trovare la libertà di andare a prendere un drink nel cuore di Parigi, senza apprensione - ricorda lo psichiatra 57enne - e la prima volta che è riuscito a farlo è stato il 13 novembre".

Il trentenne era in cura da cinque mesi. La sua ansia lo paralizzava, aveva attacchi di panico e non riusciva a prendere i treni. Viveva completamente isolato sena incontrare mai i suoi amici che vivevano a Parigi. Per cercare di curarlo il medico adottò un metodo graduale con cui il paziente aveva "iniziato a riguadagnare la capacità di uscire".

L’appuntamento finale, il giorno che avrebbe dovuto segnare l'inizio della rinascita, arrivò dopo dieci sedute: il 13 novembre 2015 si sarebbe finalmente unito ai suoi amici. Il lunedì dopo il medico ricevette la notizia della morte del suo paziente, senza ricevere dettagli sulle circostanze. Tre giorni dopo comprese che il 30enne era rimasto ucciso nell’attentato terroristico. Da quel giorno lo psichiatra vive con un terribile senso di colpa con cui deve convivere ogni giorno.

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