Carabinieri e polizia tornano sui banchi per battere la jihad

10 Novembre Nov 2018 8 giorni fa

Un master sulla radicalizzazione islamica insegna a individuare gli estremisti dell'Isis

Paola Fucilieri

Nei versetti coranici il Profeta insegna: la jihad (la guerra santa contro gli infedeli), può cominciare ovunque. Perché no, anche nelle Valli Bergamasche. Lo sanno bene i nostri 007. Per questa ragione e tante altre chi in Italia o nel resto d'Europa s'illude, in qualche modo, di aver sconfitto l'Isis o, comunque, di poter abbassare la guardia sull'allarme attentati non farebbe che attaccarsi se non addirittura a un'utopia a un'illusione infida e molto pericolosa.

«Secondo un recente rapporto del Pentagono l'Isis, grazie alla ristrutturazione interna attuata dal leader Abu Bakr al Baghdad, avrebbe la capacità di schierare tra Siria e Iraq circa 30mila combattenti. Per intenderci si tratta di una forza superiore a quella a disposizione di Al Qaida tra il 2006 e il 2007, il periodo di maggior splendore. Tuttavia se fino a un anno e mezzo fa era importante studiare i processi di radicalizzazione passando per i foreign fighters fino ai più recenti attentati terroristici in Europa, ora serve a guardare come disinnescare il fenomeno dei returnés, cioè imparare a fare i conti con chi ritorna in Europa dopo essersi unito alla jihad: sono loro il vero pericolo. Di cui purtroppo non si parla abbastanza. E di cui forse manca la giusta consapevolezza: bisogna individuare e applicare metodi efficaci per integrarli».

Chi parla è il professor Michele Brunelli, già insegnante alla Cattolica e ora in forze all'Università degli Studi di Bergamo dove insegna storia contemporanea e storia delle civiltà musulmane asiatiche, profondo conoscitore dell'Isis e di tutto il territorio persiano. Ieri a Bergamo, insieme al comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Paolo Storoni (ex numero uno del Ros di Milano, esperto in attività d'indagine e contrasto sul territorio della jihad) e naturalmente al pro rettore vicario Giancarlo Maccarini, Brunelli ha presentato il «MaaRTe», il master di II livello in «Prevenzione e contrasto alla radicalizzazione, al terrorismo e per le politiche di integrazione e sicurezza internazionale» che lui stesso dirige. All'incontro «L'Europa dopo l'Isis, dalla prevenzione alla deradicalizzazione» tenutosi nell'aula «Galeotti» del Polo economico e giuridico dell'Ateneo, c'era anche un altro grande esperto di terrorismo, l'onorevole Stefano D'Ambruoso. Che nel 2016 presentò una proposta di legge in cui si disciplinano misure, interventi e programmi per prevenire i fenomeni di radicalizzazione e di diffusione dell'estremismo jihadista.

Il master - nella cui commissione, oltre a Storoni, ci saranno altri nomi di spicco come Stefano Mele, avvocato specializzato in Diritto delle tecnologie, privacy, sicurezza delle informazioni e intelligence - inizieràa breve ed è indirizzato principalmente ad appartenenti delle forze dell'ordine.

«Qualche anno fa, dopo gli attentati in Francia e quando il pericolo di radicalizzazione si faceva sempre più insidioso in Lombardia - spiega il professor Brunelli - l'allora comandante provinciale dei carabinieri di Bergamo, colonnello Biagio Storniolo, ebbe l'idea di chiedere la collaborazione dell'università dopo che il comando generale aveva dato un input preciso per aumentare l'attività informativa che potesse individuare eventuali situazioni di inizio di estremizzazione».

Era fondamentale infatti individuare esattamente cosa dovevano sapere le vere sentinelle dell'Arma - cioè i comandanti delle stazione e i loro uomini - per riconoscere un inizio di radicalizzazione.

Brunelli organizzò così momenti formativi e di aggiornamento per l'Arma dei carabinieri per fornire strumenti efficaci per il contrasto dei fenomeni del terrorismo islamico. «Spiegai ai militari come rilevare un inizio di estremismo dav elementi di mera osservazione ambientale - prosegue Brunelli -, magari notando l'improvvisa sparizione di un gruppo di ragazzi che prima si radunavano sempre davanti a un bar o andavano a giocare a calcio, le giovani che da un momento all'altro smettevano di andare a ballare e di frequentare anche i ragazzi, o semplicemente d'indossare la minigonna. La radicalizzazione ha segnali inequivocabili, come evitare i luoghi misti: palestre, piscine».

«Inoltre, una volta arrivati all'analisi dei potenziali sospetti, bisognava controllare le loro letture ma soprattutto i pc: tutti i giovani che vogliono votarsi alla jihad, infatti, seguono sempre gli stessi versetti coranici, quelli detti della spada» conclude Brunelli.

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