Così il giovane "Balla a Villa Borghese" dipinse il passato che generò il futurismo

Così il giovane Balla a Villa Borghese dipinse il passato che generò il futurismo
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29 Novembre Nov 2018 14 giorni fa

Dal balcone di casa, all'inizio del '900, il pittore iniziò la sua parabola creativa

Bello questo Balla: niente automobili, niente macchine, niente velocità. Al Museo Carlo Bilotti, l'Aranciera di Villa Borghese a Roma, riappare il Balla che non ti aspetti, quello che in pochi conoscono. Siamo nel grande parco romano, e non è un caso. «Balla a Villa Borghese» (da oggi al 17 febbraio, una produzione di The Boga Foundation) ci porta là dove il maestro (1871-1958) che avrebbe poi teorizzato il movimento e il colore in pittura cominciò a metter le sue idee su tela. La ricerca di queste prime opere - una trentina quelle in mostra - si deve a Elena Gigli, impegnata da anni nella catalogazione dell'opera del campione del Futurismo. Giacomo Balla, torinese, figlio unico di mamma sarta e padre cameriere, attento alle intuizioni di Pellizza da Volpedo, dotato di orecchio musicale e gusto nel vestire, poco più che ventenne cerca fortuna a Roma. La trova tra le braccia di Elisa Marcucci che lo introduce nella scena artistica: soldi da sperperare non ci sono e la coppia, complice il sindaco Nathan, si trasferisce in via Parioli 6, l'attuale via Paisiello, all'ingresso del parco di Villa Borghese. Era il 1904, allora il quartiere era spopolato e periferico. Ma lì, tra distese verde acido, eucaliptus e fiori, Balla incuba la sua «rivoluzione futurista». Il paesaggio che vede da casa, con Villa Borghese da un lato e il monte del Parioli dall'altro, diventa un'ossessione da ritrarre di continuo. La natura ai confini della città è il territorio perfetto per indagare il cambiamento della luce: dipinge e ridipinge, ed emoziona osservare oggi i suoi lavori nel luogo stesso in cui furono concepiti. Le opere una accanto all'altra, per la prima volta in questi spazi, ci dicono che il primo grande amore di Balla fu la luce. È sulla luce che s'incaponisce il suo pennello: la serie Cantano i tronchi (l'opera più intensa giunge dalla collezione di Marcello Mastroianni) è pura poesia, così come Maggio (1906, dal Palazzo della Consulta al Quirinale), quadro-simbolo dell'esposizione.

Senza le giornate passate in via Parioli, senza quel suo «neo-impressionismo» che mescola il rigore del verismo alla leggerezza del liberty (i quadri di piccola dimensione, paesaggi dal taglio fotografico, paiono polaroid) non ci sarebbe stato tutto ciò che la storia dell'arte ci ha raccontato: il Manifesto dei pittori futuristi firmato con Boccioni e Severini, gli studi sul movimento, l'adesione iniziale al Fascismo, l'allontanamento negli anni Trenta, la voglia di riprendere in mano la figurazione degli inizi. In mezzo: i «fuochi d'artificio» realizzati per Igor Stravinsky, le «parole in libertà», il candore ottimista che ritiene di poter «ricostruire l'universo» con l'amico Fortunato Depero. La produzione di Balla, «principe della pittura», è un cerchio che si chiude sul punto da cui tutto è iniziato e il merito di questa mostra è raccontarlo. Lo sguardo pre-futurista di Balla, così simile a quello post-futurista, è inquieto, non si accontenta (lo notate dal guizzo degli occhi dello splendido Autoritratto notturno in mostra). Tutto in lui è Linea di velocità + forma rumore, come recita il titolo dell'installazione in ferro, prestito della collezione Boga, che accoglie i visitatori.

Si esce dall'Aranciera con la sensazione di aver capito Balla per la prima volta, merito anche del documentario di Jack Clemente, Balla e il Futurismo (Leone d'Argento alla Biennale di Venezia del '72), ripresentato per l'occasione. A casa Balla, in via Oslavia (quando riaprirà al pubblico?) Clemente riprende le figlie dell'artista, Elica e Luce, «signorine futuriste fin nel nome», e traccia la storia del «dipintore della luce». Colonna sonora: Echoes dei Pink Floyd, concessa dalla band a Clemente, conosciuto durante le riprese di Pink Floyd a Pompei. Bello ballare con Balla.

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