Aspettativa di vita fino a 83 anni. Ecco perché il sistema sanitario deve pensare agli «over 65»

Aspettativa di vita fino a 83 anni. Ecco perché il sistema sanitario deve pensare agli «over 65»
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30 Novembre Nov 2018 18 giorni fa

L'Italia e sempre più un paese «di vecchi», ma non «per vecchi». Il graduale invecchiamento della popolazione, determinato anche da un'aspettativa di vita tra le più alte d'Europa (82,8 anni), non si accompagna a un sufficiente sostegno socio sanitario agli over 65, specie se non autosufficienti. Uno scenario quello che emerge dall'annuale rapporto della Bocconi Oasi 2018 - che darà il «la», spiega a Il Giornale Alberto Ricci, curatore dello studio con Francesco Longo, «a un sistema sanitario a crescente dipendenza privata: dalle assicurazioni, agli operatori di settore, la spesa privata cresce, mentre quella pubblica no». Una tendenza derivante dal cambiamento sociale, che porta a una progressiva frammentazione: il 32% delle famiglie è unipersonale (8,1 milioni di individui, di cui 4,4 milioni over 60) e il rapporto tra gli over 65 e la popolazione attiva, al 35%, è il più alto d'Europa. Tra il 2010 e il 2017 la popolazione over 65 è aumentata di 1,3 milioni di persone (+11%). Si tratta di un incremento dovuto all'invecchiamento delle numerose coorti demografiche dei baby boomer: un trend fisiologico e di per sé positivo, perché conferma la lunga aspettativa di vita che abbiamo in Italia. A preoccupare, però, è lo squilibrio tra popolazione over 65 e popolazione in età attiva, che diminuisce a causa del drastico calo delle nascite. Nei prossimi 20 anni, infatti, oltre un «anziano» ogni due persone in età attiva. Chi si occuperà dunque di questa «nuova popolazione»? Lo studio lancia l'allarme. «Questa evoluzione crea e creerà sempre più disequilibri nei servizi socio-sanitari che oggi riescono a coprire solo il 32% del bisogno; mancano i posti letto in strutture sanitarie per anziani non autosufficienti». Se non si cambia rotta, dunque, sarà campo libero ai privati.

Eppure, a livello pubblico, si potrebbe fare di più: la spesa sanitaria italiana è pari all'8,9% del Pil, contro il 9,8% della Gran Bretagna, l'11,1% della Germania e il 17,1% degli Stati Uniti. Questione di equilibrismi finanziari? Non solo. Nel 2017 il Ssn ha segnato infatti un lieve disavanzo contabile (282 milioni, pari allo 0,2% della spesa), con le regioni del Centro-Sud che si dimostrano ormai virtuose quanto quelle del Nord. Il Lazio, per esempio, ha registrato un avanzo di 529 milioni e la Campania di 77. «Numeri raggiunti grazie al blocco delle assunzioni», spiega Ricci denunciando che «il 53% dei medici ha più di 55 anni e non ci sono risorse per assumere e formare specializzandi». Molte aziende sanitarie hanno però anche riorganizzato i contratti, centralizzato gli acquisti, eliminato le prestazioni non necessarie. La luce in fondo al tunnel? Nonostante le molte criticità, «il settore sanitario italiano dà segni di speranza e le sue aziende pubbliche si confermano un settore dinamico e aperto all'innovazione», conclude Ricci.

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