Murgia, Serra e Moretti vedono fascismo e disumanità ovunque

Murgia, Serra e Moretti vedono fascismo e disumanità ovunque
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2 Dicembre Dic 2018 11 giorni fa

Non ne azzeccano una e producono solo retorica: i nostri intellettuali sono la casta peggiore ma dominano i media

Per anni ci hanno fatto credere che la casta peggiore in Italia fosse quella dei politici (prima ladri, corrotti, disonesti; oggi ignoranti, incompetenti, volgari).

E se invece fossero gli intellettuali?

Artisti da festival e guru della più bella società civile. Come Nanni Moretti, uno che ha pre-corso il peggior populismo da girotondo anti-élite e giustizialista, che per pubblicizzare il suo nuovo docu-film Santiago, Italia riattualizza il golpe cileno di Pinochet chiamando in causa Matteo Salvini: la demonizzazione dell'avversario politico su base ideologica, facendo finta di dimenticare che là ci fu un colpo di Stato, qui un libero voto. Cinematograficamente si chiamano dettagli.

Bestselleristi da prime time e tribuni duri&puri, che la mafia è solo cosa loro. Roberto Saviano fino a ieri si vantava di aver pisciato sui letti dei Casalesi, però oggi sfotte Salvini perché presenzia all'abbattimento delle ville dei Casamonica. La malavita è sempre quella degli altri.

Giornalisti da rubrichetta e da talkshow dopo il tiggì: ma si può dare ancora la parola sulla Brexit a Beppe Severgnini, che ancora la sera prima del referendum spiegava sorridendo alla sua amica Lilli che il Regno Unito sarebbe rimasto nell'Unione europea?

Politologi da prima pagina e filosofi dell'ultima parola: è anni che mentre sfaccendiamo per casa con la tivù accesa sentiamo Massimo Cacciari che urla in sottofondo, non si sa in che trasmissione, non si sa a proposito di che cosa, ma urla, accusa, ce l'ha sempre con qualcuno: cretini quelli degli altri partiti, quelli del suo, quelli che ci governano, tu che sei governato, tutti. Tranne lui. Pars destruens: 10. Pars costruens: zero.

E poi registi, attrici e rapper (!), sempre «contro», che non leggono nulla, ma firmano sempre: appelli, manifesti, j'accuse... «Centoautori», i cantanti del Primo maggio, le femministe in servizio permanente effettivo. #MeToo. Ma anche no.

Deridono chi li accusa di buonismo: loro sono buoni, e basta. Denunciano indifferenza e razzismo, sempre degli altri. Eccellono in un particolare genere di «umanitarismo», quello editoriale. Come Edoardo Albinati, per il quale è un punto d'onore augurarsi che muoia un bambino sull'Aquarius pur di affondare Salvini. O Sandro Veronesi, col suo pamphlet in cui continua a latrare: «Mettiamoci il corpo, mettiamoci il corpo». Sempre quello degli altri, però. Armiamoci, ma partite voi sulle navi... Non c'è nulla di più sterile dell'uso politico della bontà (usata prima per abbattere il nemico, poi per aiutare i disperati). «Salvare i migranti in mare è un dovere assoluto e universale!». Ma non ti dicono mai come far fronte ai flussi migratori fuori controllo. Ah, già. Non è un problema reale, è solo «percepito». E comunque basta la carità... Ma per carità. Se c'è una categoria non generalizziamo: stiamo in Italia, stiamo agli ultimi vent'anni che ha fatto i danni maggiori al Paese, cricca fallita e sempre lautamente al proprio posto, è quella degli intellettuali. Accecati, ieri, dalla peggiore battaglia ideologica della storia repubblicana, tra berlusconiani e antiberlusconiani, oggi non sono capaci di vedere ciò che accade, ancora meno lo capiscono, ma ciò che non capiscono ce lo spiegano benissimo. Come fa comodo a loro.

Crisi economica, Brexit, Trump, migrazioni di massa, ondata sovranista, nuovi nazionalismi. Non c'è un nostro intellettuale che le abbia - non dico previste ma solo timidamente ipotizzate e contestualizzate.

Ferruccio De Bortoli uno che ha passato la sua migliore stagione giornalistica a bastonare Matteo Renzi, e la sua peggiore a considerare Berlusconi un vulnus per la democrazia - l'altra domenica sul Corriere della sera ha firmato il fondo «Il precipizio che si evita di vedere» in cui suona le campane a morto per il Paese gialloverde: spread, default, isolamento, il disastro per l'Italia, da cui possono salvarci solo Juncker e Moscovici... Ben svegliata intellighenzia. Oggi ci spiegate quanto siano cialtroni e incompetenti i politici al governo, ma ieri, dov'eravate? Dov'erano gli editoriali preoccupati per l'incompetenza palese e le promesse irrealizzabili dei leader ora al potere? Era più urgente scalzare il caudillo toscano, o schiantare il re di Arcore.

Vi ricordate Benigni, Jovanotti, Saviano, Serra, e la De Monticelli e Settis, che su Repubblica lanciavano appelli al Pd e ai 5 Stelle perché si alleassero «per salvare il Paese». E Barbara Spinelli e Paolo Flores D'Arcais e le teste pensanti di Micromega che chiedevano ai parlamentari del Pd e del M5S «di trovare un accordo»? Oggi ti dicono che i 5 Stelle sono impresentabili, imbarazzanti, vergognosi. Fece bene all'epoca Beppe Grillo a rispondere quel che rispose. «Vaffanculo».

Presuntosi, arroganti, autoreferenziali. L'ha scritto bene Alfonso Berardinelli martedì sul Foglio a proposito di ur-antifascismo, democrazia in pericolo e Costituzione minacciata: «Posso capire il pessimismo stizzoso di Zagrebelsky e le brillanti paranoie di Eco. Noto soltanto che la loro analisi sociale e politica del presente è generica, storicamente miope, consola una fiacca identità di sinistra e non aiuta a riflettere».

Ma gli intellettuali, quegli intellettuali, non vogliono riflettere. Vogliono solo insegnarti. A vivere, a pensare, a votare. Ma ormai non hanno più autorevolezza, credibilità, capacità di vedere le cose. Non c'è un intellettuale fra quanti oggi urlano contro populismi e sovranismi che abbia immaginato, quando fu varato l'euro, che l'Europa avrebbe potuto non essere quella che sognavamo, ma che ci attendeva il raddoppio del costo della vita e il dimezzamento del potere d'acquisto delle famiglie. E ora, per uscirne, ci dicono: «Non serve meno Europa, ma più Europa». Senza vergogna.

È patetico e intellettualmente disonesto. Coloro che oggi minacciano l'apocalisse per l'Italia sono gli stessi direttori di giornali, maître à penser dei tinelli tv, artisti indignati che hanno tirato la volata a questo governo. E, guarda caso, quelli che pagheranno meno le conseguenze. Troppo di sinistra per avere problemi di spread, mutui e pensioni.

Hai sempre creduto che tra una democrazia imperfetta come quella italiana e certi autoritarismi orientaleggianti ci sia una bella differenza, tutta a nostro favore nonostante le difficoltà del Paese. Poi a Bookcity, due settimane fa, senti Filippo Ceccarelli che dopo una cavalcata lungo la storia del potere in Italia, se ne esce con un «Renzi si è messo a fare come Erdogan». Renzi. Erdogan. E capisci che non solo il potere dà alla testa, ma anche l'intellighenzia. Ma si può davvero evocare paragoni del genere? E chi paragona il sindaco Mimmo Lucano a Giacomo Matteotti? O Salvini a Pinochet?

Nei paragoni vergognosi gli intellettuali hanno dato sempre il peggio di sé. Per anni i pensatori di riferimento di Repubblica hanno sostenuto che il berlusconismo fosse peggio del fascismo. Asor Rosa disse di «essere incline» a pensarlo. Eco lo dichiarò più volte. E Camilleri lo spiegò a una platea di ragazzini: «L'Italia fascista era più libera di quella berlusconiana». Ora la stessa ala democratica del culturame italiano ogni giorno lancia l'allarme del ritorno al fascismo nell'Italia grillo-leghista. Delle due l'una. O viviamo in una dittatura perenne (cosa che evidentemente non è). O qualcuno ha preso un abbaglio. Ma davvero Murgia, Raimo&Co credono che in Italia oggi ci sia un pericolo fascista? Se avessero avuto un padre costretto a 12 anni a indossare la divisa balilla, o un nonno sbattuto in Russia a morire per il Duce; se capissero qual è la distanza siderale tra quell'Italia totalitaria e questa cialtrona, si vergognerebbero di pensarlo.

«Razzismo strisciante». Se in Italia c'è una specie del regno animale che ha fatto dello strisciare un'arte, è quella degli intellettuali.

Non leggono nulla, si citano a vicenda, reputano giusto solo ciò in cui credono. Soprattutto non ascoltano. Anche l'autocritica, quando raramente si manifesta, è sempre orgogliosa per sé, umiliante per gli altri. Settimana scorsa, in un'Amaca, Michele Serra ammetteva che il Pd ultimamente è un po' in ritardo rispetto a quanto corre la Storia. E col suo indiscusso talento (Serra è umorista micidiale quanto moralista insopportabile) per spiegare la situazione, usa una metafora: «Quando la storia passa come un Tir è difficile che si accorga di una lumaca che passa sulle strisce». E poi la conclusione logica: «Anche qualora il camionista fosse idiota e la lumaca intelligentissima, e per giunta sulle strisce, il risultato non cambia». Ecco. L'uomo di sinistra è intelligente, dalla parte della legge e della Ragione. Gli altri sono idioti, che guidano col braccio di fuori e lo stecchino fra i denti, ruttano, ti investono sulle strisce, e ti sputano addosso.

Loro predicano, a razzolare ci pensano gli ignoranti, fascisti, sovranisti, razzisti, che guardano il trash e mangiano junk. «Ma siamo sicuvi sia giusto che votino?». Erre moscia e dura lex.

Ecco, il voto. Elettoralmente valgono il 10%, mediaticamente pesano il 98%. Domanda: perché? La sinistra, come divisione interna, è arrivata a livello dei leptoni, eppure sono sempre i migliori, e nei posti chiave. «Non esistono regimi più corrotti, come quelli in cui gli intellettuali detengono un ruolo privilegiato nella società» scriveva un secolo fa Édouard Berth nel suo Les méfaits des intellectuels (1914) che oggi - I crimini degli intellettuali (Gog) - arriva in libreria più attuale che mai. I profeti della Ragione, quelli che pretendono di vendere la «Verità una e universale». La loro.

Non cambiano mai. Meravigliosi nei loro alti commenti pieni di sdegno verso i rappresentanti del popolo. Altezzosi quando pretendono di parlare in nome di un Paese che non conoscono. Prevedibili quando ti spiegano lo ha fatto qualche giorno fa sulla Stampa Alessandro Piperno, scrittore solito elegantemente lontano da politica e banalità - che il successo dei partiti sovranisti è dovuto al fatto che «gli italiani hanno bisogno di trivialità, franchezza becera, tracotanza». Ah, les Italiens... Quando votano a sinistra sono virtuosi, intelligenti, responsabili. Quando non la votano più, nel giro di una tornata elettorale sono già rozzi, incolti e mezzi criminali.

Gustavo Zagrebelsky (attenzione: uno fece l'endorsement al grillismo e accusò Matteo Renzi di deriva autoritaria...) lo ha scritto l'altro giorno su Repubblica: noi siamo la mitezza contro la violenza, noi il rispetto contro l'illegalità, noi i solidali contro i razzisti, noi i colti contro gli ignoranti. Invitando (contro il nemico imbattibile alle urne) a imbracciare l'arma della disobbedienza civile che, in casi simili, è una virtù (naturalmente...). Titolo dell'editoriale: «Basta con il silenzio. È venuto il tempo della resistenza civile». Resistenza, resistenza, resistenza. Eh, sì. Sempre lì si torna.

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